3 progetti buoni e sostenibili che vorremmo in Italia

27 novembre 2018

L’Observer Food Monthly Awards 2018 elegge ogni anno le eccellenze nel campo alimentare nel Regno Unito. All’interno di questa competizione c’è una sezione dedicata ai progetti di ethic food, imprese che mettono il cibo al servizio del sociale, che mirano a salvaguardare la sostenibilità alimentare e a limitare gli sprechi. Tra le iniziative in gara all’OFM Awards 2018 abbiamo selezionato 3 progetti che farebbero tanto bene anche al mondo agroalimentare italiano.

  1. life-kitchenLife Kitchen. Ryan Riley ha visto sua madre perdere l’appetito a causa della chemioterapia. Non vederla mangiare, non riuscire ad alleviare la nausea, non gli dava pace. Poi, l’idea: far ritrovare il piacere del cibo a chi deve convivere con il cancro. Ne è nato Life Kitchen, un progetto di beneficenza che fornisce corsi di cucina gratuiti, focalizzati sulle persone che devono combattere contro nausea e senso del gusto alterato. I corsisti di Life Kitchen sono coccolati in ogni modo, anche con calici di Taittinger (“i nostri ospiti lo adorano e li fa sentire speciali“, ha raccontato Ryan). Ma Life Kitchen è anche altro. A breve sarà pubblicato un ricettario e prenderà il via una vera e propria scuola di cucina. La sede sarà in un edificio vittoriano a Sunderland, nella strada a fianco a quella dove viveva la madre di Ryan madre. Life Kitchen offre i suoi corsi gratuitamente: “Il problema era stato completamente ignorato, e io sento queste storie ogni giorno – spiega il fondatore dell’attività – Durante l’ultimo evento una donna ha detto che ciò che aveva mangiato era la cosa migliore e più bella da quando le era stato diagnosticato il cancro“.
  2. rubies-in-the-rubbleContro lo spreco: Rubies in the Rubble. Ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sono sprecate: tutta carne, frutta o verdura che non riesce a raggiungere il nostro piatto. L’azienda Rubies in the Rubble ha un obiettivo: ridurre di almeno un quarto questa cifra. In questo modo ci sarebbe abbastanza cibo per sfamare tutti sul pianeta. Jenny Costa e Alicia Lawson hanno provato a dare il loro contributo attraverso questa azienda, mettendo a frutto qualche ricetta di famiglia e degli ortaggi e frutti scartati dal New Covent Garden Market. Hanno iniziato così a trasformare frutta e verdura respinte dal mercato perché brutte, in marmellate, chutney e nel prodotto ormai diventato un vero cult, il Banana Ketchup.
  3. supper-clubThe Edible Flower Supper Club. Il suggestivo nome di questa impresa non è collegato a ciò che davvero offre, cioè fiori eduli. Si tratta bensì di un progetto legato al fenomeno dei supper club, in ascesa nel Regno Unito. Si tratta di una cena in cui il menu è pensato per soddisfare i criteri nutrizionali di base. I posti per partecipare a questo evento sono limitati e venduti in anticipo. I commensali sono chiamati a sedersi attorno a un grande tavolo per mangiare e discutere. Non è una cena fast food: si tratta di un’esperienza di lusso, esclusiva. Per questo si può organizzare un solo supper club a serata. Ciò che rende speciale un supper club – che, in fin dei conti, sembra una cena da social eating un po’ più sofisticata – è naturalmente il cibo. Ogni portata è uno spunto per raccontare la storia di un alimento o di una ricetta, scoprendone l’origine e gli aneddoti legati a ciò che si ha nel piatto. A raccontarsi sono anche gli chef e i commensali. The Edible Flower Supper Club ha aggiunto alle cene esclusive anche lezioni di cucina, conversazioni sul futuro del cibo e dibattiti sulla cultura usa e getta. Il lusso di queste cene non è solo nell’arredamento, ma anche nel prendersi tutto il tempo di discutere, raccontare e gustare. L’Italia, patria del movimento Slow Food, conosce bene il gene della lentezza.

 

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