Tradotto per voi: Un anno di #MeToo, per combattere le molestie nella ristorazione

17 dicembre 2018

L’articolo originale “One year of #MeToo: a modest proposal to help combat sexual harassment in the restaurant industry” di Helen Rosner compare su The New Yorker. Un articolo che esplora la prospettiva del movimento #MeToo anche nell’ambito della ristorazione: l’abbiamo tradotto per voi.

A febbraio 2017, durante un movimentato corteo al Mardi Gras di New Orleans, il giornalista del Times Picayune Brett Anderson si è imbattuto in una storia che ha portato a una serie di accuse per molestie sessuali nei confronti del Besh Restaurant Group, le molestie sessuali nella ristorazione sono un fenomeno radicato uno dei più grossi imperi e capisaldi della ristorazione della città, a capo di 12 ristoranti che offrono più di un migliaio di posti di lavoro e capeggiato dal fotogenico celebrity chef John Besh. Da quel giorno di febbraio, Anderson ha passato gli 8 mesi successivi a indagare, finché il suo lavoro non è culminato in una travolgente denuncia sull’operato della compagnia di Besh, pubblicata il 21 ottobre del 2017, un paio di settimane dopo che la pubblicazione sul New York Times e il New Yorker delle accuse a Harvey Weinstein davano avvio al terremoto culturale poi diventato il movimento #MeToo. A seguito dell’articolo di Anderson, Besh si è scusato pubblicamente e ha dato le dimissioni.

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Le molestie sessuali nei ristoranti, però, non sono una novità: chiunque si sia mai trovato a guadagnarsi da vivere cucinando, servendo ai tavoli o facendo l’assistente di sala conosce bene le palpate di culo, le battute sboccate, il flirtare incessante e sgradito, le melanzane falliche, i drink drogati a fine servizio, il pericolo del mero inchinarsi a prendere qualcosa su uno scaffale in basso. Per molto tempo, di tutte queste cose, sembrava importare solo alle vittime. Come ha scritto Jen Agg l’anno scorso: “La cultura da camerata delle cucine dei ristoranti è radicata così profondamente che ormai, per chi ci lavora, è diventata praticamente una cosa naturale“. La storia di Besh, sull’onda di quanto stava succedendo nel caso Weinstein, è rapidamente diventata il catalizzatore di una auspicata resa dei conti nel settore della ristorazione.

Nei mesi a seguire, molti altri giornalisti hanno pubblicato approfonditi reportage sui molestatori nel mondo dei ristoranti di alto livello. La lista dei celebrity chef andati in rovina si è allungata. Ma in America ci sono grosso modo un milione di ristoranti, che danno lavoro a circa 15 milioni di persone, circa il dieci per cento della forza lavoro statunitense. Un cambiamento culturale non può avvenire uno chef alla volta. “Se noi, come cultura, accettiamo passivamente l’idea che cambiare le cose sia compito dei media, penso che possiamo pure rassegnarci al fatto che non cambierà mai niente”, ha detto Anderson.

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Nell’ultimo anno ho parlato con decine di donne che lavorano nei ristoranti, da quelli più blasonati e costosi ai fast food più dimessi di periferia: il movimento #MeToo ha infuso speranza a tutte, ma nel complesso, regna un generale pessimismo riguardo alla possibilità di cambiamento nel settore regna un generale pessimismo riguardo alla possibilità di un vero cambiamento nel settore. Tra le quattro mura dei ristoranti, nelle cucine e negli uffici, al di là delle chiacchiere che i gestori strombazzano sulla tolleranza zero e sull’importanza di prendere sul serio ogni segnalazione, mi dicono che ben poco sta cambiando nel quotidiano: le molestie sono endemiche e tacitamente tollerate. Queste donne sanno bene che una riforma culturale deve necessariamente partire dalle radici, addestrando le nuove generazioni di manager e di cuochi a uno status quo più solidale e incoraggiando i lavoratori a non tacere. È stato questo l’aspetto più entusiasmante del recente sciopero presso McDonald’s, dove centinaia di lavoratrici, in 10 città, hanno abbandonato il posto di lavoro per esercitare pressione sull’azienda e per mettere in evidenza le molestie sessuali che ne permeano i ranghi.

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Più o meno nello stesso periodo, ho assistito a una conferenza organizzata dal gruppo di sostegno Women in Hospitality United. Oltre un centinaio di persone impiegate nel settore dell’accoglienza, provenienti da tutto il paese – in buona parte dipendenti e proprietari di piccoli ristoranti indipendenti e progressisti – si sono riunite nella sala ricevimenti del Wythe Hotel, a Brooklyn, dove sono stati suddivisi in piccoli gruppi, a ognuno dei quali è stato assegnato il compito di fare brainstorming su una serie di argomenti scottanti: la salute mentale, la disparità delle paghe, il supporto ai lavoratori con figli, un network di affiancamento tra ristoranti e via dicendo. L’urgenza e la lodevole ambizione si potevano toccare con mano. Eppure, alla fine della giornata, mentre i vari gruppi presentavano le proprie idee, aleggiava nell’aria una certa delusione. Molte delle proposte sembravano impraticabili. Chi si sarebbe messo a compilare e mantenere aggiornato quel database nazionale sulla salute mentale che uno dei gruppi aveva proposto come risorsa per gli addetti in burnout? Chi avrebbe formalizzato un network di affiancamento che sulla carta avrebbe dovuto aiutare le donne e gli omosessuali del settore a sentirsi meno soli?

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L’idea migliore, secondo me, saltava all’occhio per la ristrettezza della sua portata: un poster contro le molestie sessuali, da appendere nel retro dei ristoranti insieme a quelli contro gli infortuni, i poster da appendere nel retro dei ristoranti potrebbero essere un importante segnale le paghe minime orarie e gli altri resi obbligatori nel settore. “Vogliamo aiutare le persone a capire cosa siano le molestie sessuali,” ha detto Sophia Brìttan, la donna che ha proposto questa idea, durante la presentazione di gruppo. Mentre parlavo con le addette alla ristorazione su quali passi fossero necessari per costruire una cultura del rispetto e dell’emancipazione nei ristoranti, l’idea di affiggere un poster o un cartello è venuta fuori spesso. “Portavo la mia macchina a riparare in questa officina,”, mi ha raccontato una ex-manager di Applebee’s, dopo aver descritto con accuratezza le spossanti molestie sessuali subite nel vecchio posto di lavoro. “Avevano dei cartelli che dicevano: ‘Siamo stati tutti addestrati secondo i parametri tal-dei-tali’ o cose del genere, ‘Questo significa che tutte le persone che lavorano qui hanno ricevuto questo training e questo significa che rispettiamo le donne’. Se questo accadesse anche nei ristoranti, dei cartelli con su scritto ‘Qui facciamo così, è questa la cultura che stiamo creando’, funzionerebbe di sicuro“.

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Un poster contro le molestie sessuali è stato creato qualche mese fa dalla scrittrice e ristoratrice Karen Leibowitz e dalla designer Kelli Anderson. Si ispira ai poster contro i pericoli da soffocamento in voga negli anni Ottanta, come quelli che ancora si vedono in giro nei ristoranti di New York. La grafica è semplice, diretta, non lascia spazio all’ambiguità: è una potente rappresentazione visiva dei diritti di una persona che si trova ad affrontare un comportamento scorretto sul posto di lavoro. “Di Fronte alle Molestie Sessuali Non Sei Impotente“, recita l’intestazione, per poi procedere elencando i quattro passi da compiere: Conservare Traccia, Avvertire il Datore di Lavoro, Rendere la Cosa Ufficiale e Trovare Alleati, ognuno dei quali seguito da istruzioni dettagliate. “Quando le vicende di Harvey Weinstein sono diventate di pubblico dominio, le donne della Bay Area di San Francisco hanno iniziato a parlare di molestie sessuali“, mi ha detto la Leibowitz, che è co-proprietaria del ristorante The Perennial. “È stato lì che ho iniziato a pensare di creare delle risorse“.

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Il poster è stato reso pubblico ad aprile, distribuito dal food magazine femminista semestrale Cherry Bombe. Stando alla direttrice editoriale della rivista, Kerry Diamond, però, le vendite sinora procedono molto a rilento. Una versione stampata è disponibile per dieci dollari nel loro store online, che offre anche versioni gratuite scaricabili e stampabili in inglese, spagnolo e cinese; purtroppo non c’è modo di sapere quanti download siano stati fatti finora). La Leibowitz sostiene che il modo più efficace per espandere la portata di questa idea è di farla veicolare dai fornitori di servizi di terze parti nell’ambito della ristorazione, quali Open Table e James Beard Foundation, che intrattengono relazioni d’affari con diverse migliaia di ristoranti. “Non c’è bisogno di usare per forza il poster che ho fatto io!” aggiunge.

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Quando ho menzionato l’idea di un poster contro le molestie a un’amica che ricopre un ruolo di primo piano presso una grande catena nazionale di ristoranti, ne è rimasta così colpita da chiudere in fretta la telefonata per andare a proporla agli altri dirigenti. Mi ha detto che i ristoranti della sua catena già obbligano ad esibire altri poster oltre a quelli richiesti per legge, e che non c’era un motivo al mondo per non appenderne uno anche su quest’argomento. Il traguardo finale, ha detto la Leibowitz, è di rendere i messaggi istituzionali antimolestie talmente diffusi che se qualcuno arrivasse al suo primo giorno di lavoro in un ristorante e non ne vedesse uno appeso, lo considererebbe un segnale d’allarme.

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Uno dei gruppi di ristorazione che ha abbracciato la causa dei poster antimolestie è la BRG Hospitality – il nuovo nome del Besh Restaurant Group che, negli strascichi dell’indagine del Times-Picayune, si è disfatto di una parte delle sue proprietà e ha dato un nome nuovo a quello che rimaneva. La nuova direttrice esecutiva della compagnia, Shannon White, mi ha detto di recente che il suo “regolamento per un posto di lavoro senza molestie” è appeso nelle cucine e negli uffici di ognuno dei ristoranti BRG, assieme ad altri poster col numero verde aziendale per la denuncia delle molestie e il nuovo codice di condotta globale dell’azienda. Questa segnaletica fa parte di un più ampio programma di riforma al quale la compagnia di Besh non poteva più sottrarsi, considerato che fino a un anno prima non aveva nemmeno un responsabile delle risorse umane.

Far sì che una singola risoluzione sia messa in atto in maniera capillare nel mondo della ristorazione sarebbe già un evento radicale in sé; se questa risoluzione fosse anche in grado di affrontare apertamente il problema, sarebbe un evento ancor più radicale. Nel quadro generale, un poster rappresenta un’arma modesta contro una cultura radicata di sessismo e condotta sessuale scorretta. Ma si tratterebbe di un primo piccolo passo nel riconoscere che le molestie avvengono, che sono sbagliate, che devono avere delle conseguenze e, ancor più importante, che le persone in carica ne sono a conoscenza. Se vi sembra assurdamente semplice, è perché lo è.

Traduzione a cura di Paola Porciello.

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