Rece Rock: Peder Oxe a Copenhagen

8 gennaio 2019

Arrivo al ristorante Peder Oxe di Copenhagen puntuale sulla prenotazione, ma il silenzio catacombale e l’illuminazione votiva mi fa pensare che sia ancora chiuso o di essere a un concerto degli A Perfect Circle. Poi ricordo di stare a Copenhagen, la città più buia e tranquilla dell’intera Scandinavia. Ma andiamo con ordine.

– Sui tavoli del ristorante c’è una lucetta verde da accendere se vuoi che il cameriere venga. Chiamarlo con un cenno della mano o addirittura a voce sarebbe considerato oltraggioso, rischieresti di svegliare bruscamente i clienti e di ricevere rimbrotti fantozziani tipo “italiani sempre rumore, sempre cantare chitarra e mandolino“.

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– Il posto è talmente buio che sei costretto a tenere accesa quella cazzo di lucetta verde tutto il tempo per ricordarti con chi stai cenando, per vedere cosa stai mangiando e per evitare di inforchettare il dito della tua fidanzata pensando sia una Røde Pølser. Come controindicazione, avrai sempre il cameriere in agguato alle tue spalle.

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– Il tavolo prenotato per una cena romantica è accanto al caminetto. Pessima scelta se sei in vacanza in una città dove sei costretto a portare maglie, calzettoni e mutandoni termici.

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– Scelgo un antipasto di salmone affumicato caldo servito insieme a un’insalata di mele, rafano e finocchio, con panna acida e l’immancabile aneto. Per chi non lo sapesse, l’aneto da queste parti è SEMPRE messo sul pesce, al punto che pensi siano pescati assieme.

– Dopo mezz’ora di cena, il mio lato destro rivolto al caminetto è rosolato e scrocchiarello come un pollo al girarrosto. Dopo un’ora invece sembro Gus Fring in Breaking Bad dopo l’esplosione che lo ha ucciso. Se non sapete chi sia Gus Fring di Breaking Bad, siete dei pivelli a cui ho spoilerato la sua morte. Se invece lo sapete, siete dei vecchi catorci avvezzi al divano e alle serie tv. Come me.

– Avevo adocchiato il menu pochi giorni prima e sono venuto qui per mangiare come piatto principale una specialità della casa, lo stufato di cervo. Ovviamente il menu è stato cambiato la sera stessa in cui ho scelto di cenare qui e trovo il ragout di cinghiale e la bistecca di controfiletto. Mi girano le palle ma me li farò andare bene.

– Ci sono sottili differenze tra il ragout e il ragù. Non ve le spiegherò perché non le ho capite neanche io.

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– Lo spezzatino di cinghiale, accompagnato da purè di patate e funghi, è buonissimo e tenero. Le palle smettono di girare e mi torna un sorriso che durerà almeno fino all’arrivo del conto.

– Anche il controfiletto al vino rosso è squisito, come pure gli spinaci e le patate novelle al forno. Sto ancora cercando di comprendere invece la mezza cipollina grigliata messa sopra al succulento pezzo di carne.

– L’impiattamento, in tutta la Scandinavia, è sempre elegante e bellissimo da vedere e fotografare. Purtroppo i sapori spesso non sono all’altezza e preferiresti che i cuochi nella vita facessero gli arredatori d’interni.

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– Decido di rovinarmi la cena ordinando una fetta di torta di mousse al cioccolato su una base di muesli che ricorda una lastra di truciolato inzuppato nel coppale: sinceramente tremendo. Ma mi voglio sufficientemente bene da non ordinare anche il caffè espresso finale.

Il conto è salato ma il buio del ristorante può aiutarti a scappare per non pagare.

– Avrei voluto ordinare un Aalborg Akvavit, un buonissimo distillato alle erbe tipico di queste zone. Ma non ho ancora finito di pagare il mutuo di casa, quindi rinuncio.

– Scherzi a parte, il conto è in linea con la media (alta) dei ristoranti in Danimarca. Si è mangiato bene, in un ambiente accogliente e confortevole. Posso tornare in hotel contento. A piedi, perché non ho più i soldi per il taxi.

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