Perché amo mangiare da sola

22 Febbraio 2019

Ce lo spiegano in ogni articolo generalista sulla cucina: la convivialità a tavola è fondamentale per godersi un buon pasto. Sul filo di “Happiness is real only when shared”, ci inculcano in testa che, per apprezzare davvero qualcosa di bello, anche a tavola, sembra che la felicità sia reale solo se condivisa. non è così dovremmo condividerlo. E in linea generale è un assunto che mi trova d’accordo: quando assaggio qualcosa di veramente buono, specie se non l’ho mai provato prima, penso sempre a quanto vorrei farlo mangiare alle persone a cui voglio bene. I miei genitori, la mia migliore amica, il mio ragazzo: “Ehi, senti qui quant’è clamoroso questo boccone!” , mi scopro a pensare di volta in volta. Eppure non sempre ho la necessità di condividere il mio tempo a tavola con qualcun altro. Anzi, sempre più spesso trovo preziosi quei pasti in cui sono a tu per tu con il mio piatto, che sia una frisella con tonno, pomodori e origano a casa o un gyoza dalla pelle croccante. Sempre più spesso cerco di ritagliarmi un momento culinario tutto mio, in cui non devo per forza parlare. Siamo io e il mio cibo, nobody else allowed.

Dal Giappone in poi

 Lo scorso anno ho girato per due settimane in Giappone. Ero da sola, dall’aeroporto di Malpensa a quello di Narita; sola in albergo, sola in metropolitana, sola a girare per le strade. E sola a ogni pasto. Non mi è mai capitato di dover mangiare così tanto in solitaria, colazione, pranzo e cena. Ed è stato in quell’occasione che ho scoperto che mi piaceva. Potevo concentrarmi sulle sfaccettature del mio toripaitan ramen, sulla ricchezza di un gelato alla panna dell’Hokkaido, sull’eco di oceano del nigiri di otoro mangiato a Tsukiji. Senza dire una parola a nessuno, a volte nemmeno allo staff del locale, perché tra un’italiana che non parla giapponese e un giapponese che non capisce l’inglese, ci si può intendere solo con pochi (efficaci) gesti.

Certo, ci sono stati momenti in cui avrei voluto allungare un cucchiaio della mia zuppa a qualcuno dei miei affetti e dire: “Incredibile, vero?”, ma in generale non ne sentivo un bisogno spasmodico. Inoltre in Giappone mangiare da soli è un’abitudine piuttosto consolidata: ai banconi dei ramen-ya, dove il ricambio è veloce e continuo; in un sushi bar senza posti a sedere, lungo la banchina di una stazione della metropolitana; con un magnifico bento colorato a bordo dello Shinkansen per Kyoto.

Al contrario dell’Italia, dove un tavolo per uno è spesso ancora visto come qualcosa di insolito, il Giappone non alza il sopracciglio davanti alla gaijin solitaria che solleva la sua ciotola per raccogliere anche l’ultima goccia di brodo. Unica eccezione, la cucina kaiseki: per mangiare in un ristorante che propone questo susseguirsi di pietanze curate e stagionali, bisogna essere almeno in due. Una stanza privata, con tatami sul pavimento e cameriera personale, non si dedica a una persona sola.

Mangiare da soli: i pro

 Alcune delle mie ragioni per mangiare in solitaria sono condivisibili (un bel paradosso), altre probabilmente meno.

  • Di sicuro tra i vantaggi c’è quello dell’attenzione: tutto il mio corpo e la mia mente sono concentrati su ciò che sto mangiando. Posso capire meglio, ricordare meglio.
  • Se mangio da sola, posso leggere: non sto violando alcuna regola del galateo, non ferisco i cultori del bon ton, se mentre azzanno il mio panino sfoglio le avventure di Zio Paperone e i fagioli di Vulcania (ancora oggi la mia storia preferita). Nessuno può avere da ridire se rileggo un passaggio particolarmente gustoso di Ruth Reichl mentre arrotolo gli spaghetti.
  • Quando mangio sola con me stessa, posso diventare una fruitrice di mukbang, video in cui la gente mangia – da sola – grosse quantità di cibo, parlando poco. Questo trend coreano sembra sia nato per confortare i mangiatori solitari, ma io trovo renda più piacevole ciò che mangio, se è qualcosa di particolarmente noioso come un’insalata da aeroporto.
  • Quando a tavola non c’è nessun altro, non sento giudicare le mie scelte. Che sia una porzione di nuggets di pollo, un ramen particolarmente pieno d’aglio o un numero eccessivo di ravioli, nessuno avrà da ridire. Nemmeno i camerieri, che sono contenti se apprezzo.
  • Se mangio da sola, quando sono pronta per ordinare, ordino. Non devo aspettare gli indecisi, gli intolleranti o gli allergici, i delicati di stomaco. E quando ho finito, me ne vado. Oppure mi crogiolo nel dopopranzo. Posso essere egoista, e mi piace. È come se mi concedessi una coccola.

Mangiare da soli: i contro

Ovviamente c’è il rovescio della medaglia. Ovviamente noi che amiamo mangiare da soli non siamo tutti misantropi senza cuore, e sappiamo quando il troppo stroppia. Ad esempio:

  • Se mangio da sola, non posso assaggiare tutto ciò che vorrei. Questo a volte è vero anche per alcune cene in compagnia, ma senza un commensale è ancora più difficile. Cerco di ovviare al problema ordinando di più e chiedendo poi una doggy bag, ma non sempre è fattibile.
  • Non posso togliermi dubbi, se una spezia o un ingrediente che sento nel mio piatto non mi viene in mente.
  • In generale, ritornando all’inizio dell’articolo, non posso condividere: una pietanza particolarmente squisita, un gossip gustoso, una sensazione, un’idea. Ci sono io, punto. E a volte non è abbastanza.