Tradotto per voi: Se vuoi salvare il mondo, il veganismo non è la risposta

27 Febbraio 2019

L’articolo originale “If you want to save the world, veganism isn’t the answer” di Isabella Tree compare su The Guardian. Nell’articolo l’autrice spiega perché non soltanto gli allevamenti intensivi siano da condannare: l’abbiamo tradotto per voi.

L’adozione di una dieta vegana nel Regno Unito è salita in modo vertiginoso negli ultimi 2 anni – dal mezzo milione di persone stimate nel 2016 ai più di 3 milioni e mezzo odierni, circa il 5% della popolazione. Documentari autorevoli come Cowspiracy e What The Health hanno acceso i riflettori sull’industria dell’allevamento intensivo e della produzione di latte e derivati, portando alla luce l’impatto che questi hanno sulla salute umana e animale e sull’ambiente. Ma questi inviti ad adottare una dieta basata completamente sulle piante ignorano gli strumenti più potenti a nostra disposizione per mitigare questo impatto: gli animali da pascolo.

Invece di essere sedotti dalle esortazioni a nutrirsi ancor più di prodotti derivati da soia, granturco e granaglie coltivate industrialmente, dovremmo incoraggiare le forme sostenibili di produzione di carne e latticini, basate su sistemi tradizionali di rotazione, sui pascoli permanenti e quelli di conservazione. Dovremmo quantomeno questionare l’etica implicita nel far aumentare la richiesta di coltivazioni che richiedono grandi quantitativi di fertilizzanti, fungicidi, pesticidi ed erbicidi, al tempo stesso demonizzando le varie forme sostenibili di allevamento, che sono in grado di ripristinare i terreni e la biodiversità e imprigionare il carbonio.

Nel 2000, io e mio marito abbiamo scelto di convertire la nostra fattoria da 1400 ettari nel West Sussex al pascolo estensivo, usando mandrie libere di mucche Longhorn inglesi, maiali Tamworth, pony Exmoor e daini rossi, per partecipare a un progetto di ripopolamento. una soluzione è convertire le fattorie in pascoli estensivi Per 17 anni abbiamo lottato per ricavare un profitto dalle nostre attività di coltivazione e produzione casearia, ma su un terreno così fortemente intriso di argilla non riuscivamo a metterci alla pari delle fattorie che sorgevano in zone più idonee alla coltivazione. Prendere quella decisione ha cambiato la nostra sorte e ora l’eco-turismo, l’affitto degli edifici post-agricoli e le 75 tonnellate annue di carne organica allevata a pascolo che produciamo, ci mettono alle redini di un’attività estremamente redditizia. E visto che gli animali vivono all’aperto tutto l’anno e hanno un’infinità di cibo a disposizione, non richiedono nutrimenti aggiuntivi e di rado hanno bisogno di una visita dal veterinario.

Gli animali vivono nei loro branchi e possono muoversi liberamente. Si crogiolano nei torrenti e negli acquitrini. Riposano dove vogliono, snobbando stalle e fienili che pure sono a loro disposizione e mangiano quello che preferiscono. Le mucche e i daini brucano fiori e erbe selvatiche ma non disdegnano cespugli e alberi. I maiali si mettono alla ricerca di rizomi e apprezzano le occasionali cozze d’acqua dolce che trovano negli stagni. Il modo in cui brucano e si muovono stimola la vegetazione, che a sua volta dà luogo a una serie di opportunità per le altre specie, inclusi piccoli mammiferi e volatili.

Più importante, visto che non gli somministriamo avermectina (l’agente vermifugo che viene solitamente utilizzato negli allevamenti intensivi) o antibiotici di sorta, il loro letame diventa nutrimento per lombrichi, batteri, funghi e invertebrati come lo scarabeo stercorario, che con la sua azione spinge il letame a fertilizzare il terreno. Si tratta di un processo essenziale di restaurazione dell’ecosistema, che restituisce al terreno struttura ed elementi nutritivi. In un rapporto del 2015 della UN Food and Agriculture Organization, si dichiara che ogni anno sono persi dai 25 ai 40 miliardi di tonnellate di strato superficiale di suolo per via dell’erosione, dovuta in larga parte all’aratura e alle coltivazioni intensive. Nel Regno Unito questo fenomeno è così grave che nel 2014 la rivista di settore Farmers Weekly ha annunciato che il futuro potrebbe riservarci soltanto altri cento raccolti.

Permettere al terreno arabile di tornare allo stato primigenio di pascolo per un periodo prestabilito – come facevano una volta i contadini, prima che l’avvento dei fertilizzanti artificiali e della meccanizzazione rendesse possibile la coltivazione continua – è il solo modo di invertire il processo, di arrestare l’erosione e di ricostituire il terreno, stando a quanto sostiene la UN Food and Agriculture Organization. Il bestiame al pascolo non solo procura un reddito agli agricoltori, ma il letame degli animali, la loro urina e anche il modo in cui pascolano, accelera la ricostituzione del terreno. La chiave risiede nel mantenersi organici e nel tenere basso il numero degli animali da pascolo per prevenire uno sfruttamento troppo intensivo.

20 anni fa, i terreni della nostra fattoria – seriamente in degrado dopo decenni di aratura e fattori chimici – erano quasi biologicamente morti. Ora, nei campi precedentemente dedicati all’aratura, i lombrichi sono da soli responsabili della disintossicazione del terreno crescono orchidee e funghi, indice del fatto che la rete micorrizica sotterranea si sta espandendo. Abbiamo 19 tipi diversi di lombrichi – una specie vitale, responsabile dell’areazione, la rotazione, l’idratazione e la fertilizzazione del terreno, e anche della sua disintossicazione. In una singola zolla di terra, abbiamo trovato ben 23 specie diverse di scarabeo stercorario, una delle quali, lo scarabeo violet d’or, non si vedeva in Sussex da una cinquantina di anni. Il numero di uccelli attratti da questa varietà di insetti che si nutre di sterco cresce a vista d’occhio. Il grufolare dei maiali dà alla flora nativa e ai cespugli, salici inclusi, la possibilità di germogliare e questo ha creato un ambiente idoneo a ospitare la più grande colonia di farfalle Iride della Bretagna, tra le più rare, che depongono le loro uova proprio sulle foglie dei salici.

Questo sistema di sviluppo di pascoli naturali non solo aiuta l’ambiente in termini di restaurazione del terreno, di biodiversità e di impollinazione da parte degli insetti, di qualità dell’acqua e di mitigazione delle inondazioni – è anche in grado di fornire un tenore di vita salutare agli animali, che a loro volta producono carne salutare da consumare. A differenza di quella degli animali nutriti a granaglie nei contesti intensivi, la carne allevata a pascolo contiene alte quantità di beta carotene, calcio, selenio, magnesio, potassio e vitamine B ed E, nonché acido linoleico coniugato – un potente anticarcinogenico. Contiene anche alte quantità di acidi grassi omega-3, che sono essenziali per lo sviluppo del cervello e molto difficili da ottenere con una dieta vegana.

Si è parlato molto delle emissioni di metano da parte del bestiame da allevamento, ma queste sono minori nei sistemi di pascolo biodiversificato che includono l’angelica, la fumaria officinale, la capsella e il trifoglio, perché queste contengono acido fumarico, promuove un sistema che depreda le altre specie di condizioni necessarie alla vita un composto che, quando fu aggiunto alla dieta degli ovini, nel corso di una ricerca del Rowett Insititute di Aberdeen, ridusse le emissioni di metano del 70%. Nell’equazione vegana, per contro, il costo in termini di carbonio dell’aratura è di rado messo in conto. Stando a un rapporto del 2017 della rivista scientifica Nature, dalla rivoluzione industriale a oggi, il 70% del carbonio che era intrappolato nei nostri terreni si è disperso nell’atmosfera. Dunque, qui abbiamo una grossa responsabilità: a meno di non star derivando i prodotti vegani che si consumano da sistemi specificamente organici in assenza di coltivazione, si sta prendendo una parte attiva alla distruzione della biocenosi del terreno, promuovendo un sistema che depreda le altre specie, i piccoli mammiferi, gli uccelli e i rettili, delle condizioni necessarie alla vita, e contribuisce in maniera significativa al cambiamento climatico.

La nostra ecologia si è evoluta con i grandi erbivori – con grosse mandrie di uri (le vacche ancestrali), di tarpan (i cavalli ancestrali), alci, orsi bisonti, cervi rossi e daini, cinghiali e milioni di castori. Sono specie che nella loro interazione con l’ambiente favoriscono e sostengono la vita. Usare gli erbivori come parte del ciclo di coltivazione può aiutarci a rendere l’agricoltura sostenibile. E non c’è dubbio che dovremmo tutti mangiare meno carne e dire basta alle forme intensive di allevamento che producono carbonio, che inquinano e sono eticamente scorrette. Ma se le vostre preoccupazioni, in quanto vegani, riguardano l’ambiente, il benessere degli animali e la vostra salute, è arrivato il momento di smettere di fare finta che sia possibile risolvere tutto smettendo di mangiare carne e latticini. Per quanto possa sembrare contro intuitivo, aggiungere una occasionale bistecca organica, cresciuta al pascolo alla vostra dieta, può essere un buon modo di far quadrare il cerchio.

Traduzione a cura di Paola Porciello.