Monteraponi & Montevertine: Radda in Chianti über alles

2 Marzo 2019

Difficile trovare un punto da cui iniziare in una giornata così densa di spunti di riflessione: potrebbe essere la classica splendida cornice del Four Seasons di Firenze in cui si è svolta la degustazione, due aziende ambasciatrici del territorio vitivinicolo di radda in chianti luogo di bellezza irreale e fuori dal tempo, oppure descrivere immediatamente una serie di vini che da soli varrebbero il viaggio anche per destinazioni ben più remote del capoluogo toscano. Probabilmente il punto da cui partire è collocabile proprio tra le colline del Chianti Classico, a Radda in Chianti per la precisione, con due aziende che ne sono ambasciatrici e interpreti in quella che è una visione personale del Sangiovese e del territorio, lo stesso per entrambe ma per molti aspetti opposto – anche geograficamente – all’interno del piccolo Grand Cru chiantigiano. Uno yin yang che è abbraccio e rincorsa continua tra i vini, contrasti e affinità del Sangiovese, delle esposizioni e dei terreni da cui nasce, dell’uomo che interpreta e rende vino un’uva che non ha bisogno di altro per essere considerata un unicum a livello mondiale.

Se Montevertine è la storia e il fascino di una interpretazione del Chianti Classico fuori dagli schemi e, successivamente, dalla denominazione, avvolta nel mito concreto dalle storie di personaggi fondamentali per il vino italiano come Sergio Manetti e Giulio Gambelli, Monteraponi è il percorso di un giovane fiorentino innamorato dell’azienda di famiglia, fondata nel 1974, con la voglia di capire e far capire cosa quelle splendide vigne potessero e possono oggi regalare. Non solo Radda e i terreni di galestro e alberese, le esposizioni e le altitudini, è soprattutto la natura a manifestarsi fiera nel calice, in tutti i suoi tratti benevoli e non, sotto forma di annata liquida che rispecchia l’unico fattore oggettivo e insindacabile del vino: il meteo e tutto ciò ad esso collegato.

E con i calici davanti, Montevertine e Monteraponi, Martino Manetti e Michele Braganti, Liviana Midollini e Alessandra Deiana, sono lì per raccontarci che, se il cambiamento climatico ormai è un fattore evidente, l’uomo può e deve a maggior ragione far valere il proprio sapere e la propria esperienza per cercare di interpretare al meglio annate siccitose come la 2017 o semplicemente assecondare annate eccellenti come la 2016 o addirittura quasi contenere la generosità di una 2015.
Il resto è degustazione, gusto personale, racconti e aneddoti che non fanno altro che aggiungere tasselli e incastri ulteriori a quella lettura territoriale che oggi il vino richiede e che, sempre più, l’appassionato, non per forza professionista del settore, ricerca.

Annata 2017

Annata estrema, siccitosa e con gelate in primavera che hanno ridotto ulteriormente la produzione, millesimo in cui per assurdo l’attesa, e non la raccolta anticipata, ha portato i suoi frutti grazie alla pioggia di metà settembre che salvò letteralmente tutta la campagna, – come ricorda Michele Braganti – soprattutto il bosco che è un elemento fondante della biodiversità nel paesaggio chiantigiano. Quella pioggia salvifica diede vigore alle piante e ai frutti che riuscirono a completare la maturazione e a evitare troppi squilibri; un millesimo comunque non da tramandare ai posteri e in cui i vignaioli hanno giocato, giustamente, sulla difensiva. Un’annata in cui tutti o quasi hanno finito di vendemmiare entro i primi di ottobre, addirittura a fine settembre in alcuni casi: un fatto insolito per un’area a maturazione lenta e tardiva come Radda.

Pian del Ciampolo – Montevertine (campione di botte): da uve Sangiovese e in parti minime Canaiolo e Colorino, proviene da vigne di seconda categoria a cui si aggiunge anche il torchiato delle uve migliori quando l’annata lo consente; fa un anno di botte e poi cemento senza filtrazione o chiarifica. In quest’annata, pur essendo il vino di apertura dell’azienda, è diventato a tiratura molto limitata a causa dalla gelata, con perdite fino all’80% del raccolto. All’olfatto è un compendio di frutti di bosco mentre in bocca, rispetto al solito vino gioioso e goloso delle annate fresche, il tannino è più incisivo e asciutto. Pur non mancando di sapore, il sorso conferma l’annata senza però essere eccessivamente massiccio e monolitico; ha un tocco di cipria e screziature di rosa che rinfrescano anche l’olfatto, chiude caldo ma con un guizzo acido sul finale: evviva!

Chianti Classico – Monteraponi (campione di botte): 95% Sangiovese e 5% Canaiolo provenienti dalle vigne più giovani, è vinificato in vasche di cemento e fermentato spontaneamente con i lieviti indigeni. Ha olfatto caldo, ricco, una bella spezia rossa che arriva fino alla paprika, piccante e vivida, poi vira sui toni giallo/arancio della curcuma. Emerge il carattere scuro dell’annata col chinotto che torna al sorso, delineato da una matrice sapida importante, si allunga fruttato e caldo, sconta l’annata in termini di freschezza generale ma è sicuramente un buon bicchiere di Chianti raddese. E non potrebbe essere altrimenti.

Annata 2016

È l’annata più attesa della giornata, probabilmente una delle migliori del secondo millennio. Una vendemmia profondamente raddese, regolare nella maturazione, ben più fresca del 2015, con le stagioni ben scandite e un settembre perfetto per escursioni termiche. Un millesimo di quelli che tutti i produttori aspettano per far emergere i caratteri vincenti del Sangiovese chiantigiano: l’innegabile maestria nel dialogare con la tavola, su più fronti, riuscendo dove molti vini e vitigni falliscono, con in più quel plus sapido e di freschezza che solo nelle annate giuste si ottiene. Spesso, come ricorda Martino Manetti, ci si concentra troppo sugli ultimi mesi prima della vendemmia per determinare la bontà dell’annata ma non bisogna mai trascurare ciò che è successo in precedenza: annate difficili sono venute da inverni caldi, come quello del 2014, mentre nella 2016 l’inverno fu freddo e con un grande accumulo di riserve idriche.

Montevertine – Montevertine (campione di botte): stesso taglio del Pian del Ciampolo ma proveniente ovviamente dalle uve migliori e con 2 anni di affinamento in botti di legno, di cui 12 nuove sulle 18 utilizzate per il 2016: una rarità a Montevertine. L’occhio già presagisce gioia: tornano le tonalità più delicate già al colore, quelle che con la 2015 si erano un po’ perse. Come tutti i vini di Martino, ci mette un po’ a ingranare soprattutto per l’incidenza dei legni di affinamento, ma questo è un Montevertine sontuoso per carezzevolezza, lunghezza, sapore, intensità, frutto. E che bel frutto! Rosso e polposo, inebriante al sorso, cambia cento volte e più nel bicchiere e non finisce mai di stupire, rapisce l’attenzione e probabilmente qualcuno (e anche più di qualcuno) potrebbe preferirlo al Pergole Torte. Rubacuori.

Chianti Classico Riserva Il Campitello – Monteraponi (campione di botte): da Sangiovese 90% 7-5% Canaiolo e 5-3% di Colorino. Proviene da una singola vigna, il cru più vecchio dell’azienda con al suo interno viti di più di 50 anni. È un vero e proprio toponimo ed è la vigna più bassa dei Monteraponi a 420m slm. È un insieme luminoso di elementi: fresco, arioso al naso, profuma di viola in maniera imbarazzante, un tocco e più di salsedine, agrumato di mandarino con la scorza che torna immediatamente al sorso che diventa energico, ricco, definito nell’acidità mai scissa che ne aumenta la lunghezza. Raffinato. Raddese.

Pergole Torte – Montevertine (campione di botte): da sole uve Sangiovese provenienti dalle vigne più vecchie dell’azienda – alcune risalenti al 1968 – e, a differenza del Montevertine, il primo anno di affinamento è svolto in barrique, per lo più usate. Enigmatico e chiuso, non potrebbe essere altrimenti in questo stadio per un vino che nelle migliori versioni ha gittate pluridecennali: per ora si accontenta di gattonare sicuro al palato dove rivela la classe che c’è e che sarà abbacinante nel futuro, quella delle annate da ricordare. Un Pergole da mettere in cantina e guardare col sorriso, in attesa di ritrovare in un futuro, anche lontano, un vino di magnitudo degna dei migliori al mondo: un campionato dove gioca di diritto questo Sangiovese con una maglia da titolare. Di colore viola, molto probabilmente.

Annata 2015

Come già descritto, è un’annata ricca: di sole, di calore, di uva. Favorevole da molti punti di vista, facile per i vignaioli che hanno raccolto frutti perfetti dal punto di vista sanitario e dei valori analitici, con il solo rischio di risultare un po’ grossa e ricca di alcol, ad alto rischio di monotonia insomma. A renderla interessante sicuramente le altitudini delle migliori vigne del Chianti Classico, e Radda nello specifico ne è portatrice sana.

Baron’ Ugo 2015 – Monteraponi: da singola vigna piantata nel 1974 su terreno di alberese a 560 m slm, una delle più alte dell’intero Chianti Classico. L’uvaggio è lo stesso del Campitello ma con un affinamento di ben 3 anni in legno, come le vecchie riserve di Chianti Classico, quelle contrassegnate dal Gallo Dorato che vedeva Giulio Gambelli nella commissione d’assaggio. In perfetto accordo con l’annata, il Baron’ Ugo sveste gli abiti androgini di Milla Jovovich, tipici delle annate fredde, per indossare quelli più morbidi e mediterranei di una Penelope Cruz degna dell’Oscar: l’eleganza è sempre quella, e non potrebbe essere altrimenti, ma il sorso assume una dimensione più calda e sfumata, uno svolgimento saporito e sensuale. Dimentica per un anno le durezze nervose per esprimere una solarità diffusa che rende difficile persino non deglutire il sorso di vino dedicato all’assaggio, grazie a un tannino di puro e morbido velluto, profumato di arancia sanguinella e rosa. Un tocco mediterraneo a Radda. Olè!

Annata 2009

Dopo tanto stupore sarebbe stato difficile chiedere di più ma, se possibile, gli stessi vini dell’annata 2009, abbinati ai piatti dello chef Vito Mollica coadiuvato in sala da un metronomico Walter Meccia, non hanno fatto altro che superare ogni aspettativa: un concentrato liquido di grazia e leggiadria, tipica dell’annata 2009 nel Chianti Classico, in perfetta simbiosi con la tavola. E al ritorno la voglia di dirottare l’alta velocità verso Radda in Chianti è davvero forte.