8 vini naturali da provare che abbiamo amato a Live Wine

14 Marzo 2019

Live Wine è un bellissimo connubio di energie e sfide produttive, un appuntamento ormai ben radicato nel panorama meneghino per quanto riguarda vini naturali e con rispetto per vigna & cantina. Inserito nella cornice dei Frigoriferi Milanesi, complesso industriale in stile Liberty del gruppo Bastogi, la fiera vinicola rappresenta una boccata d’aria divertente e aperta: tra le oltre 150 cantine che hanno stappato bottiglie dalle 10 di domenica mattina fino al tardo pomeriggio del lunedì, abbiamo scovato 8 assaggi che ricorderemo per profumi, ricordi e chiacchiere con i produttori e i tanti astanti raccolti intorno ai banchetti.

  1. Du Beur dans les Pinards 2017, Karim Vionnet. Direttamente da Villié-Morgon, quello che prima era un panettiere, oggi propone una gamma di Beaujolais ampia e interessante. Il Du Beur dans les Pinards, 2017 è un Beaujolais-Villages fatto di solo uva Gamay con una etichetta che invita alla beva e un contenuto in bottiglia che non delude le aspettative. Figlio adottivo del quartetto conosciuto in Francia come la gang di Morgon, pionieri del naturale negli anni ’80, Karim propone un rosso non rosso, con profumi di rosmarino e soffi di primavera, dissetante in bocca con un tannino vibrante, splendido da solo ancora più gradevole per una merenda agreste.
  2. Menabò 2017, Agricola Sotto il noce. Max Brondolo lavora in biodinamica i suoi 4 ettari di vigna in quel di Castervetro di Modena, a sud del capoluogo. Il noce, che dà il nome alla cantina, domina il vigneto più vecchio, di oltre 60 anni. Dalla vigna Amalia arriva invece il Menabò, un rosso frizzante fatto solo con Lambrusco Grasparossa di Castelvetro che, dopo 3 giorni sulle bucce e una fermentazione spontanea, ha profumi giovani di sottobosco, un tannino allegro e un finale leggermente piccante. Perfetto per aprire le danze in una serata non scontata; necessario pane e salame.
  3. Pinot Escobar, Sons of Wine. Yahimi Farid ha creato un progetto alternative, raccogliendo uve coltivate in biologico/biodinamico principalmente in Alsazia (ma a tendere da tutta la Francia) e vinificando nella cantina di Christian Binner. Lavorando con zero solfiti, si definisce il primo négociant nature d’Alsace en vin de France, e il suo Pinot Escobar ne è un manifesto: pinot noir al 100%, intenso al naso di ribes ed erbe aromatiche e muschio, tannino scorrevole, di grande eleganza al sorso. Da godersi anche davanti a un buon film e qualche formaggio.
  4. Friulano 2015, Podversic. Damijan Podversic è un vignaiolo felice, a giudicare da quello che trasmettono i suoi vini. Per farlo buono, un vino secondo lui deve avere una grande terra, un grande vitigno e un seme maturo. Il terreno è quello della marna, il vitigno è nekaj in purezza. E l’uva che si ritrova è colma, ampia, dalla buccia lasciata a macerare per 60 -90 giorni in tini di rovere che aggiunge l’eleganza di un tannino ampio e bilanciato, profondo nella persistenza e di grande soddisfazione. Ci vuole un grande risotto di pescato.
  5. Iastemma, Canlibero. Torrecuso, Sannio beneventano: Ennio Romano e Mena Iannella decidono di non conferire più le uve alla cooperativa e vinificano in proprio i propri filari di Aglianico, Fiano, Falanghina e Trebbiano, tutti oltre i 400 mslm. Con 6 mesi passati sulle bucce, Iastemma è una falanghina in purezza che passa 6 mesi in macerazione in acciaio e porta in bottiglia un paglierino intenso, profumi di frutta matura e chiama cibo come il punto vuole una maiuscola. La morte sua è con l’agnello alla brace di Pasqua oppure del baccalà con patate e tanti odori.
  6. Autrement 2014, Chateau Lamery. Lui è Jacques Broustet, un signore dall’occhio vivo e indagatore, con la favella pronta a parlare di vino, politica, uomini: mancherebbe un camino e una quiche sul tavolo e saremmo in Aquitania. Il suo Autrement 2014 è un blend di Merlot, Malbec e Cabernet Franc dal colore scarico sul porpora ma vivace. Al naso le punte vegetali si ingentiliscono con la beva, scorre piacevolmente su tannini leggeri e spiccate acidità, che le conferiscono agilità incredibile. Assolutamente perfetto sempre, come una petite robe noir.
  7. Il tempo ritrovato 2017, Podere Vereri Vecchio. Vigne vecchie, vitigni autoctoni e recuperati, tanto lavoro in vigna prima che in cantina: Raffaele Annichiarico ha le idee chiare su quello che vuol fare di suoi 4 ettari vitati, sempre nella zona del Sannio beneventano, a poca distanza da Canlibero. La gamma che propone è ampia ed affascinante, ma quello che prima ci colpisce è il Tempo ritrovato 2017, un blend di Greco (parente del Trebbiano) e Cerreto (dalla Malvasia di Candia) che macera sulle proprie bucce per 15 giorni. Naso ricco di macchia mediterranea, frutta secca, spiccata la sapidità in bocca e di tannino lieve, fresco. Ci vuole una grande zuppa di legumi o un signor primo di carne.
  8. Santa10 2013, Santa 10. Gianni Massone ha vinificato le sue uve per la prima volta 12 anni fa, in quello che oggi è anche azienda agricola e agriturismo a pochissimi chilometri da Siena. Da allora, l’idea era quella di lavorare il sangiovese nella sua forma migliore, producendo il Santa10 2013, un blend di Sangiovese al 90%, Petit Verdot al 5% e Cabernet Franc al 5%. Se al naso spiccano i profumi di sottobosco con accenni di balsamico, all’assaggio è tannico, sapido e caldo, con una acidità viva che ne invoglia all’assaggio, ancor meglio se tra qualche anno. Imprescindibile il grasso di una carne appena cotta o di un primo dalle spalle larghe.