Rece Rock: il cibo degli anni ’80

19 Marzo 2019

Aver vissuto l’adolescenza negli anni ’80 può lasciarti alcune cicatrici difficilmente rimarginabili. Non sulla pelle, e neanche nel cuore o nell’anima. Le cicatrici le porti nell’apparato digerente. Perché non puoi aver attraversato l’epoca dell’esplosione dei fast food e dell’esplosione della sperimentazione culinaria nei ristoranti senza subire, di conseguenza, anche l’esplosione improvvisa del nostro girovita.

– Nei periodi di magra economica potevi andare con gli amici, pezzenti come te, da Burghy (che noi chiamavamo Purghy perché… indovinate un po’? Per questo fu l’unico fast food che riuscì a fallire in quegli anni) e mangiare con sole 5000 lire.

– Se però avevi qualche soldino in tasca, lo usavi per far colpo su una ragazzetta e invitarla al ristorante. Badate bene, non in trattoria come i nostri genitori matusa. Ma al RISTORANTE. E negli anni ’80 erano dolori. Di pancia soprattutto. Nella scelta, escludevi a priori i ristoranti vegetariani (che minacciosamente iniziavano ad apparire) perché, nonostante pagassi uno sproposito, ti ritrovavi a dover mangiare una zolla di prato scondita che non avrebbe brucato neanche una pecora di Chernobyl. E allora cercavi emozioni per il palato in posti con nomi improbabili come Il Gambero Rosè, Il Branzino Ballerino o La Vacca Bislacca.

– Guardavi il menu e dovevi scegliere tra piatti di una pesantezza inaudita e azzardi sperimentali che ti facevano maledire di essere italiano e preferire di esser nato in Germania dove al massimo ti stressi a scegliere tra tre tipologie di wurstel. Sarà la nostalgia (come cantava Sandro Giacobbe), eppure tra tante pietanze cadute nel dimenticatoio ce ne erano alcune che invece avrebbero meritato maggior fortuna e vita duratura.

Antipasti

– Ma andiamo con ordine e partiamo dall’antipasto: di solito era a buffet e aprire una breccia tra la gente accalcata li davanti era come picconare il Muro di Berlino. Una volta individuato il varco, dovevi scattare come Ben Johnson (velocista dopatissimo di quegli anni) e sgomitare come quando entri in metropolitana all’ora di punta. Non guardavi in faccia nessuno, neanche la tua fidanzatina (che subito dopo quel pranzo ti avrebbe lasciato) o la tua bisnonna centoduenne. Quando finalmente arrivavi ai vassoi, scoprivi che era rimasta solo la gelatina dell’insalata russa, le foglie di lattuga su cui era posato l’immancabile cocktail di gamberetti e la dannata rucola ormai privata delle scaglie di parmigiano. Ma non te ne fregava niente, perché tanto avevi almeno tre pacchetti di grissini che ti aspettavano al tavolo. Si, ci si accontentava di poco.

Primi piatti

– Siccome eri cresciuto in una casa dove amatriciana e carbonara erano la normalità, al ristorante ordinavi i primi piatti più stravaganti e in voga del periodo. Andiamo in ordine crescente di disgusto. I tortellini panna prosciutto e piselli erano pesanti come una carriola piena di calcinacci, ma erano buoni! Sono sinceramente dispiaciuto della loro prematura scomparsa dai menu di tutta Italia.

– Il risotto alle fragole rappresentava invece uno dei primi azzardi culinari in Italia. Non so a chi sia venuta in mente la malsana idea di abbinare le fragole col riso, ma spero che adesso abbia trovato la giusta e meritata collocazione in cucina: davanti al lavello a scrostare i piatti.

– Infine c’erano due primi a presunta base alcolica: Il risotto allo champagne e le celeberrime pennette alla vodka. Il risotto (insieme ai dischi di Charles Aznavour) ti faceva prematuramente odiare la Francia. E, visti i prezzi stratosferici dello champagne all’epoca, potevi star certo che avessero usato uno spumante Asti Tosti (il più economico che potevi trovare) per sfumare il riso. Le pennette alla vodka invece erano tremendamente popolari ma insidiose: il formato di pasta piccolo è di per sé detestabile (solo le farfalle si facevano odiare di più) e non sapevi mai se nel condimento avresti trovato pezzetti di salmone o di pancetta. Probabilmente dipendeva dagli avanzi della sera prima. Questi due piatti avevano una cosa in comune: l’alcol, che da adolescente cercavi di bere clandestinamente anche strizzando i babà, era assolutamente impercettibile.

Secondi

– Visto che la maggior parte degli antipasti era a base di maionese e gelatina (in tutto simile come consistenza e sapore alla Gommina Simmons per capelli) e che i primi piatti erano ricoperti di panna da cucina (all’epoca era talmente diffusa che veniva usata anche come crema corpo o schiuma da barba), raramente avevi il coraggio di chiedere anche il secondo.

– Io, che ero impavido e somigliavo fisicamente a Renato Pozzetto, ordinavo sempre un bel filetto al pepe verde (a grani interi, duri da masticare come la ghiaia). E indovinate di cosa era ricoperto? Si, di panna. Se fossi stato allergico al lattosio, sarei morto prima di iscrivermi all’università.

– Quando eri nauseato e stanco di mangiare panna, potevi optare per un bel vitello tonnato.  E avresti fatto una stupidata gigantesca, perché era immangiabile. I cuochi, infine, snobbavano talmente tanto la semplice bistecca (senza panna e senza salse) che incazzatissimi ti portavano la pietra ollare al tavolo e te la facevano cucinare da solo. Col risultato che ti ustionavi le mani e i gomiti come Muzio Scevola.

Dessert

– Se poi volevi fare la fine di Paolo Panelli e Vittorio Gassman in Il Conte Tacchia, allora il dessert era il colpo di grazia perfetto: potevi mangiare un classico profiterol (bignè ripieni di crema e ricoperti di cioccolata, digeribili come palle da biliardo ma più buone) o una fetta di torta Saint Honorè.

– Ma se volevi oltrepassare il limite della decenza, allora ordinavi con spavalderia l’intruglio più terrificante e temuto dell’epoca: la Banana Split. Il suo successo inspiegabile avrebbe dato, negli anni a venire, lavoro a migliaia di dentisti e di nutrizionisti. Questo obbrobrio che puzzava di Crystal Ball faceva schifo anche solo a guardarlo: su un piatto a barchetta era servita una banana tagliata a metà con l’aggiunta di tre palle di gelato (due palle a fianco della banana poteva risultare tremendamente malizioso) solitamente alla fragola, alla vaniglia e al cioccolato. Il tutto ricoperto da panna montata, sciroppo di cioccolato e granella di noccioline. Un crimine contro l’umanità che ti avrebbe fatto paragonare David Evans Strickler (l’uomo che brevettò questa nauseante ricetta) a Pinochet.

Per farla breve, il vero pregio della sperimentazione culinaria di quel periodo è stato quello di far rinascere l’interesse per la cucina tradizionale. E io, che ne ho mangiate di cose che voi umani non potreste immaginarvi, oggi esulto davanti a una carbonara come Tardelli nella finale mondiale del 1982. (Se non conoscete tutti i piatti, gli oggetti, i film e i personaggi che ho citato, siete dei poppanti. Se invece li conoscete e li ricordate con nostalgia, siete dei vecchi catorci. Come me.)