Rece Rock: Sahara a Roma

26 Marzo 2019

La cucina eritrea è, tra quelle etniche, una delle mie preferite. Innanzitutto perché al ristorante è consentito mangiare con le mani e leccarsi le dita senza che qualcuno rompa le scatole. Anzi, qui chi chiede le posate rischia di essere giustamente sbeffeggiato o bullizzato. si tratta di una cucina tendenzialmente molto, molto piccante E poi perché si tratta di una cucina tendenzialmente molto piccante. Se chiedete la versione non piccante dei piatti tipici, siete dei poppanti. Ma almeno questo ve lo invidio: il giorno dopo andrete al bagno con meno terrore di un vero duro come me. Scoprii Sahara a Roma (viale Ippocrate, 43) circa 25 anni fa e feci una mezza figuraccia perché non sapevo dove fosse l’Eritrea e quale fosse la sua capitale. Dopo cena tornai a casa con la coda tra le gambe e consultai il mio vecchio atlante geografico (non c’era Google Maps o Wikipedia a salvarmi le chiappe). Per non farvi rivivere questa situazione umiliante, vi do qualche informazione politica e geografica (tanto lo so che nonostante Google Maps o Wikipedia siete ignoranti). Siccome sono certo che di tutte queste cose non ve ne freghi nulla, arrivo al dunque:

– L’ambiente è confortevole e accogliente, ricco di elementi folkloristici e splendide fotografie appese alle pareti. Mi accomodo nella sala di legno, molto carina ma con un unico difetto: le maledette sedie tradizionali! Sono talmente basse che ho praticamente mangiato con le ginocchia all’altezza delle basette, piegato in due come un portafoglio. Ma ammetto anche di essere rigido come un pioppo del Lungotevere.

– Il personale, tutto femminile, è vestito in maniera impeccabile, tradizionale e curatissima. Io invece ho il look del metallaro appena uscito da una pogata selvaggia in un fienile e mi sento un po’ a disagio.

– Chiedo subito una bottiglia di vino rosso, il Green Cape, che scopro esser fatto in Sudafrica. Me ne frego, è pur sempre un vino africano. Che sarà mai? Asmara e Cape Town distano circa 8000 chilometri. Praticamente come se in un ristorante finlandese avessi ordinato un vino greco (del sud).

– Prima ancora dell’antipasto, chiedo che mi siano portate sei tonnellate di injera (o enjera, a seconda che tu sia di Roma Nord o Roma Sud), ovvero il tipico pane soffice, un po’ spugnoso ed acidulo. Lo adoro e lo userò per fare la scarpetta anche nella tazzina del caffè.

– Come antipasto ordino sambussa (triangolini di pasta fritta, ripieni di carne o di lenticchie), felafel (polpettine fritte e speziate a base di ceci) e kategna (rotolini di injera bagnata con salsa piccante) serviti insieme a hummus (crema di ceci) e awaze (un misto di spezie piccanti in salsa). Tutto talmente buono che ti fa amare ancor di più l’Africa e ancora di meno Salvini.

– I piatti principali sono serviti su un piatto si alluminio grosso come la borchia di un camion Iveco Turbostar.

– La portata più tradizionale e popolare è ovviamente lo zighinì, ovvero bocconcini di manzo in salsa berberè serviti su una base di injera, talmente teneri che avrei potuto anche non aggiungere l’Algasiv alla mia dentiera. A proposito di figuracce in questo ristorante, ricordo un amico che ordinò lo zighinì chiamandolo zichichi (come il fisico). Ma lui ha avuto la decenza di non tornare mai più qui.

– Altro piatto tipico è lo spriss, ovvero dadini di manzo saltati con cipolla e spezie. Strepitoso ma talmente piccante che persino un calabrese da 8 generazioni inizierebbe a sudare. E io sudo anche al pensiero dell’indomani mattina.

– Finiti i piatti, mi lecco con lussuria le dita colorate di arancione a causa delle salse speziate. Anche usando l’acido muriatico, rimarranno tali per i prossimi dieci giorni.

– La mia curiosità unita alla consueta voglia di sperimentare mi porta a chiedere il tipico caffè allo zenzero. La prossima volta ricordatemi di farmi gli affari miei.

– Per alzarmi dalla maledetta sedia tradizionale ho bisogno dell’aiuto di tutto il personale di sala e del capocuoco. Prima di chiamare il taxi, ho chiamato il mio fisioterapista di fiducia. È un’esperienza che dovreste provare e che ricorderete a lungo. E, se mai doveste dimenticarla per un attimo, ci saranno le dita arancioni a ricordarvela per giorni.