Rece Rock: la musica al ristorante

4 Aprile 2019

Andare al ristorante significa vivere una piacevole sensazione di libertà e avere la convinzione di poter scegliere tutto. Puoi scegliere di mangiare quattro primi. O decidere di mangiare il pasto al contrario partendo dal dolce e finendo con l’antipasto o coi grissini. Una volta ho persino mangiato i fagioli col tonno dopo il caffè e l’amaro, perché avevo appena visto I Soliti Ignoti e volevo emulare il personaggio di Capannelle. Insomma, puoi sentirti onnipotente. Sbagliando, perché c’è una cosa che nessun cliente al mondo può controllare o scegliere al ristorante. la musica di sottofondo al ristorante ha un'importanza non trascurabile, ma i ristoratori non se ne accorgono Una variabile impazzita che, in casi estremi, può disturbare o addirittura distruggere la buona riuscita di una cena: la musica di sottofondo. Faccio una premessa doverosa e dolorosa: sono un musicista fallito. Suono da 30 anni, ho inciso dischi e girato mezzo mondo per fare concerti. Con una costante: l’insuccesso. Ciononostante amo la musica di un viscerale amore non ricambiato, non posso fare a meno di ascoltarla e posso permettermi di dire che ne capisco un pochino. O almeno più di Assante e Castaldo che danno lezioni di rock come io potrei darne di ingegneria aerospaziale. Di conseguenza, per il sottoscritto, la musica di sottofondo ha quasi la stessa importanza del pasto e può far pendere l’ago della bilancia sul gradimento di un ristorante. Se fossi un gestore, opterei sempre per una musica abbastanza neutra e rilassante, un po’ come le compilation Buddha Bar che giravano negli anni 90 e che ora trovi solo nelle Spa di Torpignattara. Ma siccome non sono un gestore ma sono un cliente che conta come il due di coppe quando regna bastoni, inevitabilmente ho dovuto ascoltare:

  1. Musica fuori contesto, come quella volta che sono andato in un ristorante mediorientale e ho mangiato hummus, sorseggiato un infuso alla Rosa di Damasco e fumato narghilè con i grandi successi di Antonello Venditti in sottofondo. Un po’ fuori luogo, come mettere la cravatta su una canottiera. Il mio disappunto è svanito solo quando è stato il turno di Roma Roma Roma e, da bravo lupacchiotto, ho chiuso gli occhi e ho immaginato di fumare una canna e sorseggiare un caffè Borghetti in Curva Sud.
  2. Musica da purciaro, ossia quando il gestore del locale è de braccino corto, c’ha le tasche a chiocciola o più correttamente è tirchio e non paga 10 euro per avere Spotify Premium costringendoti, ogni 3 canzoni, ad ascoltare la dannata pubblicità (a volume triplicato rispetto alla musica) della Fiat Panda o della lavatrice Sangiorgio che ti fa bestemmiare come Magnotta.
  3. Musica troppo alta, come quella volta al ristorante messicano in cui ho dovuto comunicare con le altre persone sedute al tavolo con messaggi su Whatsapp. Ad aggravare la situazione, si trattava della maledettissima musica latino-americana che, mentre aspettavo il mio burrito, ha fatto partire enormi balli di gruppo di gente incapace che ondeggiava come pini marittimi in una giornata di bora.
  4. Musica per dare un tono al locale, ossia il maledetto e impopolarissimo jazz. Molti locali, per avere un’aura fighetta e vagamente radical chic, propongono del free jazz inascoltabile, con assoli di tromba che ricordano i gatti randagi sotto casa nel periodo degli accoppiamenti e tempi dispari di batteria che ti fanno venire tic nervosi e tremolii.
  5. Musica dal vivo, come quella volta al ristorante peruviano, dove la band residente mi ha tagliato i timpani alla julienne e i testicoli a peperini. Alla fine mi sono ritrovato con delle maracas in mano invece degli spiedini di cuore e mi hanno coinvolto in una specie di trenino in cui il fischio era fatto con l’odiatissimo flauto di Pan. Si, proprio quello strumento diabolico con cui i peruviani amano coverizzare e distruggere tutte le canzoni più belle al mondo. Quel giorno ho sperato che si avverasse la profezia degli Inca e che il mondo finisse subito.
  6. Lo stornellatore, ovvero l’egocentrico per eccellenza tra i musicisti dal vivo ma con la chitarra inevitabilmente scordata, è quello più temuto. Si aggira attorno al tavolo come uno squalo bianco intorno alla preda e ti lavora ai fianchi come Mike Tyson finché, sfinito, non molli qualche euro (banconote, perché le monete le hai lasciate al parcheggiatore di fuori). Euro rubati, perché il più delle volte lui fa cantare gli stornelli agli astanti e accompagna solo con la chitarra. Scordata.
  7. L’orchestrina tzigana è la variante impresa di famiglia Rom dello stornellatore, con il violinista (anch’esso scordato) che raggiunge il tuo tavolo e ti costringe a schivare i colpi di archetto come Neo in Matrix. Ma se hai il fisico di Renato Pozzetto come me, ti affretti a pagare prima di rompere lo schienale della sedia.
  8. Musica in tv, come quella volta al ristorante cinese. Ero seduto davanti a un maxischermo che ha trasmesso 3 ore di concerto di una boy-band cinese del tutto simile ai Take That in una piazza di Pechino. A fine pasto, pur avendo desiderato il ritorno dei carri armati come in piazza Tienanmen, avevo ormai imparato tutti i loro passi e coreografie. Garrison sarebbe stato fierissimo di me.
  9. Assenza di musica, come mi è capitato di recente in una nota trattoria romana. Un’armonia rotta solo da un frastuono di piatti che cadevano e successivo sonoro bestemmione proveniente dalla cucina. Ok, mettete della maledetta musica!
  10. Musica che non ti aspetti: l’ho trovata solo in un posto, il bangla sotto casa mia. Il proprietario si fa chiamare James (come Hetfield) e nel suo stereo ci sono sempre i Metallica o gli Iron Maiden. Gli ho regalato anche il cd della mia band e il negozio è ovviamente fallito. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: magari James imparerà a cucinare ed aprirà un ristorante di cui sarò cliente fisso a pranzo e cena fino al tassativo divieto del mio medico curante. Se non sapete chi è James Hetfield, siete dei pivelli e meritate di mangiare solo in ristoranti con Spotify gratuito e le pubblicità dell’Imodium tra una canzone e l’altra. Se invece lo sapete, siete dei vecchi catorci come me e ancora ascoltate vinili e cd. Che fallisca Spotify.