Champagne Tarlant: parola alle vigne

6 Aprile 2019

Non è una moda del momento ma una necessità nata come naturale evoluzione dalla storia centenaria della Maison Tarlant: lasciare spazio alla voce della vigna, del singolo cru, limitando al minimo ciò che può distogliere l’attenzione dall’uva e dalla rispettosa interpretazione del territorio da parte dell’uomo. uno stile riconoscibile fatto di lunghi affinamenti e fermentazioni in legno Mélanie e Benoît rappresentano la dodicesima generazione di una famiglia che iniziò a produrre champagne sin dal 1929, l’anno della costituzione dell’AOC, e che affonda le proprie radici nella regione sin da 1687. Sono oggi il testimone raccolto del sapere tramandato di padre in figlio, un bagaglio prezioso trasmesso attraverso i gesti e il fare (e soprattutto il non fare) in cantina e in vigna. Uno stile oggi riconoscibile, basato su lunghi affinamenti e fermentazioni in legno, mai radicato sulle proprie convinzioni ma sempre in cerca di novità e che ha consentito a Benoît , dal 1999, e a Mélanie, dal 2005, di condividere la loro visione e il loro pensiero di uno champagne che non fosse esclusività e lusso, come spesso molti pensano, ma ambasciatore del proprio territorio.

Meunier, il vero autoctono champenois

E di quale territorio parliamo? Oeuilly, nella Vallé de la Marne (La Valle della Marna) una delle sottozone più evocative della Champagne insieme a La Montagne de Reims e alla Côte des Blancs. Se queste ultime vedono rispettivamente come principali protagonisti il Pinot Noir e lo Chardonnay, nella Valle della Marna il Meunier entra prepotentemente nell’assemblaggio degli champagne, divenendo sempre più spesso assoluto protagonista di Cuvée che riescono a esaltare le caratteristiche del Mugnaio (traduzione del nome francese del vitigno, per via della foglia infarinata da una formazione bianca che si forma nella parte sottostante).

Il Meunier, nelle parole di Mélanie coadiuvata da Daniel Romano, suo compagno e giornalista enogastronomico corrispondente dalla Champagne per Le Migliori 99 Maison di Champagne e il nuovo progetto 99 Parcelle, oltre a essere il vero autoctono champenois (si trova esclusivamente in quest’area, a parte sporadiche apparizioni in Germania), l’indigeno che ha resistito all’invasione di Pinot Noir e Chardonnay, ha caratteristiche ben precise: una vite forte, molto adatta a resistere alle gelate e all’umidità di una zona fluviale come la valle della Marna, a cui fa contraltare un frutto fragile nella buccia, sottile e delicata, che tende a spaccarsi; non uno specchio del territorio come lo Chardonnay, come è definito da Mélanie, ma un grande animale da tavola che sente fortemente l’influsso del terreno su cui poggia le proprie radici sotto forma di esaltazione delle sue caratteristiche di intensità e frutto.

Il terreno per il Meunier

Il terreno adatto al Meunier, a dimostrazione del suo essere perfettamente acclimatato tra queste vallate boscose, è lo Sparnacien: un mix di sabbia e argilla calcarea tipico della zona di Epernay (prende il nome da Sparnicum, il nome romano della città) molto usato per creare ceramiche, anche di grosse dimensioni. Un suolo che trattiene molta acqua, grazie alla componente argillosa che lo contraddistingue, diventando molto difficile da lavorare dopo le piogge, senza soffrire delle spaccature nei periodi di siccità grazie alla sabbia: un terreno che dona ricchezza, struttura ma mantenendo finezza e sapidità. Caratteristiche diverse dal terreno gessoso, quello che tutti associano alla champagne ma che in realtà è tipico prevalentemente della Côte des Blancs: il gesso che insiste tra i vigneti della Maison è il cosiddetto campagnano, gesso puro al 98%, un grande accumulatore idrico in grado di sopperire alle carenze idriche, donando al tempo stesso una mineralità chiara e luminosa; ben diversa da quella del calcare duro, altro tipo di terreno presente in questa variegata valle fluviale, molto difficile da lavorare ma che ha dalla sua, oltre a donare pregevoli caratteristiche olfattive, la capacità di mantenere una temperatura del suolo costante.

Ovviamente questi sono dei parametri, dei tratteggi che servono a comprendere il lavoro che c’è dietro queste cuvée dai numeri limitatissimi, la maggior parte provenienti da singola vigna, chiarendo il perché la maison lavori 55 parcelle distribuite su soli 17 ettari cercando di dar voce a tutti i colori di questo multiforme territorio. Riuscendoci, evidentemente.

La degustazione

Cuvée Zero – Brut Nature: l’assenza del dosaggio (ovvero di zucchero aggiunto dopo la sboccatura) è la caratteristica comune di tutti gli champagne di casa Tarlant. Un modo, secondo Mélanie, di non condizionare la naturale espressività territoriale, come ha sottolineato più volte. Questo è un blend in parti uguali di Chardonnay, Pinot Noir e Meunier. Non chiamatelo base perché questo champagne, che diventa un best buy e un rapporto qualità/prezzo invidiabile, regge la tavola ben oltre l’aperitivo grazie al suo sorso rotondo e intenso, lungo, con a contorno l’aromaticità di fiori gialli, curcuma, zafferano e cenni di idrocarburo. Comprate la magnum, la bottiglia normale non basterebbe.

BAM!: il botto in realtà è l’acronimo di un progetto di riscoperta e valorizzazione. BAM infatti sta per (Pinot) Blanc, Arbanne e (Petit) Meslier, vitigni antichi della Champagne che sono ormai quasi persi. Varietà difficili, poco produttive e costanti che negli anni hanno ceduto il passo ai più affidabili Chardonnay e Pinot Noir. In particolare il Petit Meslier, a cui storicamente la famiglia Tarlant è legata, è caratterizzato da grappolo spargolo e acini piccoli: va da sé che in una zona dove il fattore della resa per ettaro è un parametro non da poco, questa scarsa produttività abbia inciso nella progressiva scomparsa. La vigna di Oeuilly da cui proviene è a metà collina, a cavallo tra due lieu dit (appezzamenti di vigna a cui è dato un nome specifico in base alla loro storicità e caratteristiche peculiari): Four à Chaux con prevalenza di argilla calcarea e les Sables con prevalenza di sabbia. I tre protagonisti creano un vino fuori dagli schemi: nette le note campestri e cerealicole, la crosta di pane diventa scura virando progressivamente verso la grafite e il ferroso, in bocca lo sviluppo è rustico, estremamente verticale (grazie all’Arbanne) con cenni di rabarbaro e liquirizia (per il Petit Meslier). A donare ulteriore complessità, l’aggiunta della riserva perpetua (o réserve perpétuelle, il mix di annate precedenti). Per gli amanti del calice fuori dagli schemi, uno champagne da provare.

La Vigne d’Antan 2002: 100% Chardonnay da una vigna degli anni ‘60 molto vicina a quella del BAM, chiamata Ilot des Sables a Oeuilly. Un unicum dello Champagne, essendo l’unica vigna di Chardonnay a piede franco su sabbia silicea. Un appezzamento in cui gli avi di Mélanie praticarono un carotaggio esplorativo, un intervento innovativo per l’epoca, per sincerarsi delle caratteristiche uniche di quella vigna sopravvissuta all’avvento nefasto della fillossera del 1892: un’isola di sabbia affiorata tra terreni più compatti, quelli gessosi e calcarei, la salvezza per quella vecchia vigna che ancora oggi resiste. Al naso spicca la crema pasticcera ma non è certamente uno Chardonnay spensierato e sbarazzino, anzi insiste successivamente su tonalità scure e terragne, lasciando il compito al sorso di svelare il proprio potenziale, la materia masticabile e possente. Una testimonianza di territorio e memoria, il riscatto dell’onta subita dal malefico parassita che polverizzò un intero patrimonio ampelografico. Highlander.

La Vigne d’Or 2004:  è un Blanc de Meunier da singola vigna su Sparnacien a Pierre de Bellevue a Oeuilly. Sul proprio terreno d’elezione, il brutto anatroccolo della Champagne diventa cigno: tipico il tratto fruttato rosso scuro che dalla mela vira al violaceo della prugna, a rinfrescare un soffio mentolato-balsamico e un refolo di salsedine. Al sorso la salinità domina, insieme al rosmarino e ai toni dell’amaro, gradevole e invogliante, che resta lungo e piacevole. Qualcuno ha nominato le sensazioni del gin tonic facendo un paragone con l’arte della miscelazione: a questo punto Benoît è da considerarsi un finissimo barman.

La Vigne Royalle 2003: usciamo da Oeuilly per dirigerci a Celles-lès-Condé. Questo champagne proviene da una singola vigna di Pinot Noir denominata Moque tonneau, interamente su suolo calcareo duro. Una sfida in tutti i sensi: per il terreno difficile da lavorare, per l’annata estremamente siccitosa, per il vitigno che in determinate condizioni tende ad andare fuori giri per alcol e struttura e, soprattutto, per l’idea di voler realizzare una cuvée che potesse ricalcare uno stile più classico, tradizionale. Il risultato è semplicemente sublime: uno champagne che dimostra come una maison piccola riesca a non sfigurare di fronte a potenze con capacità di fuoco (in termini di disponibilità economiche e di ettari vitati) ben superiori. Un Blanc de Noirs a tinte chiare, grazie alla vigna più interna e a ridosso del bosco, lontana dall’influsso della Marna, e capace di rispedire al mittente tutto il caldo del millesimo, grazie a un sorso cristallino, limpido, fresco e a un naso balsamico e finissimo. Chapeau bas!

Cuvée Luois 2002/2003: forse lo champagne più caratteristico della Maison. Dalla vigna les Crayons a Oeuilly, metà Chardonnay e metà Pinot Noir interamente su gesso. Una vigna speciale, con piante con più di 70 anni (una rarità, in Champagne le vigne hanno un turnover fin troppo rapido), un vero vino di fiume dedicato all’antenato della famiglia e che vide la sua prima annata nel 1982, un decennio prima rispetto alla vera e propria esplosione degli champagne provenienti da singola vigna. Nasce di solito dal blend di più annate (ad esclusione di ‘82, ‘85, ‘89, ‘96 e ‘02) ed è il di più di tutto della maison: struttura masticabile, opulenza al sorso e all’olfatto, quasi mediterraneo nel suo potente agrumato, un barocco siciliano che lascia impressionati e rapiti.

Argilité 2012: metà Chardonnay e metà Meunier, da singola vigna da Celles-lès-Condé su terreno calcareo. È la via dell’anfora per lo champagne, una strada sperimentale percorsa da chi evidentemente non è mai pago e sempre in cerca di nuovi stimoli. Champagne bizzarro e fuori dagli schemi classici, ha il naso scapigliato e spontaneo che gioca piacevolmente con l’ossigeno, al sorso, pur essendo sempre non dosato ha una dolcezza residua derivante dall’affinamento in anfore fin troppo porose che ne hanno concentrato gli zuccheri in fermentazione. Un andamento quasi da Riesling tedesco.