Rece Rock: Ferrovecchio a Roma

17 Aprile 2019

San Lorenzo a Roma è un quartiere meraviglioso che sa essere odioso. Ormai per trovare un parcheggio libero devi pregare i santi e, se non ti droghi,se devi andare a un concerto in zona, ferrovecchio è buono per un pit-stop  devi schivare i pusher di piazza come fossero paletti di uno slalom gigante. Resta comunque un luogo tipicamente romano, popolare ma non troppo, caciarone ma non troppo, economico ma non troppo, pieno di posti dove mangiare ma non troppo. E se, come me, prevedi di andare ad un concerto o a qualche evento in zona, l’hamburgeria Ferrovecchio può essere un buon posto per un rapido pit-stop. Si chiama così perché si tratta di un ex magazzino del ferro. O forse perché è frequentato da vecchi catorci come me.

– La sala è carina, arredata con oggetti vintage e lampade industriali, con qualche vecchia bicicletta e attrezzi appesi ovunque: ho il terrore che invece della mancia mi chiederanno di cambiare la catena a una Graziella.

– Mi faccio consigliare e prendo una buonissima birra Westmalle dei frati trappisti che, come noto, sono ubriaconi molesti che neanche Gerard Depardieu.

– Per antipasto scelgo un classicissimo fiore di zucca, buono ma un po’ piccolino. Prendo allora anche le olive ascolane, buone ma pochine. Devono avermi visto sovrappeso come Depardieu e deciso che ho bisogno di una dieta. Non hanno torto.

– Gli hamburger hanno nomi che ispirano eroticamente. Opto, in uno slancio omosessuale, per il Bombolaro e il Muratore. Il primo è un hamburger con melanzane grigliate, n’duja e ricotta salata, alto come un capitello dorico. Per fortuna più tenero e digeribile. Forse.

– Il Muratore, che andrebbe mangiato con in testa un cappello fatto con il giornale, è clamoroso: hamburger da 300 grammi con frittata, cheddar, pancetta e la trascurabile rucola. Godo come Salvini quando chiude un porto, anche se è un colpo di mannaia al mio colesterolo. Ma ho il Danacol a casa, me ne frego.

– Entrambi gli hamburger sono accompagnati da ottime patate fritte a sfoglia. Buone e non unte, potrei persino usarle come dischetti struccanti. Si, avete appena scoperto che mi trucco. Tutte le portate sono servite su un vassoio di alluminio che ricorda le borchie di una vecchia Trabant della DDR. Apprezzo, almeno finché sono piene!

– Decido di sgrassarmi la bocca prendendo una fetta di cheesecake. Niente male, ma un po’ pochina. Spiego alla cameriera che per me la fetta dovrebbe essere larga almeno quanto la cazzuola di un muratore abruzzese. E, per esprimere al meglio il concetto, non ho tolto il cappello di giornale. Esco contento e sazio, ma non troppo. Poco male, sicuramente non assisterò al concerto seduto come Augusta Proietti alla Biennale di Venezia.