A Palermo una pizzeria contrasta il racket

4 Maggio 2019

Il momento più brutto della giornata è sempre la sera, quando devo rientrare a casa”, a confessarlo è Antonio Cottone, titolare de La Braciera, pizzeria di Palermo premiata per il quarto anno consecutivo con i tre spicchi dal Gambero Rosso. Il ristoratore è diventato simbolo della lotta al pizzo per aver fatto arrestare i suoi estorsori 3 anni fa, per aver rotto certe tacite regole a San Lorenzo, uno dei quartieri più vessati dalla mafia. antonio cottone de la braciera ci racconta la sua esperienza contro gli estorsori Questo gesto di coraggio gli è valso l’anno scorso anche la menzione speciale del prestigioso Premio Giorgio Ambrosoli all’insegna dei principi di integrità con cui ha esercitato la sua professione. Nel grande, dorato palinsesto enogastronomico, tra i racconti del bello, del buono, dell’originalità, dei sogni visionari culinari, ritagliamo una piccola parentesi per soffermarci sulle difficoltà, e anche sulle paure, che alcuni imprenditori vivono nel loro quotidiano. Perché al di fuori dei riflettori si svolge la vita vera anche con le sue brutte parentesi. Ricordiamo che negli ultimi mesi alcuni celebri pizzaioli campani sono finiti sotto il mirino delle organizzazioni malavitose, solo perché operano a testa alta, per bene, onorando la legalità, perché sono icone e quindi il bersaglio più adatto a lanciare un certo messaggio al territorio e a tutto il Paese, anche solo per dimostrare la propria forza. Tra questi l’ultimo in ordine di tempo, il più eclatante è stato la bomba fatta scoppiare in via dei Tribunali 32 nella pizzeria storica di Gino Sorbillo, atto intimidatorio di cui la finalità ancora non è stata accertata e da lui stesso documentato diventato virale. Ne abbiamo parlato con Antonio Cottone.

Insieme ai tuoi fratelli Roberto e Marcello avete incastrato fisicamente i vostri estorsori proprio mentre vi stavano chiedendo il pizzo facendoli arrestare in flagranza di reato…
È stata esasperazione. Si sono presentati ed è successo tutto in modo molto istintivo e repentino. Non ci abbiamo pensato due volte. Abbiamo reagito con lucidità, non so come. Prima li abbiamo fatti parlare o meglio quasi confessare: loro erano ignari, a favore della telecamera installata nel nostro locale. Siamo usciti addirittura fuori dal locale impedendo loro di andare via con la macchina: mio fratello stava sul tetto, io battevo i pugni sul cofano, entrambi incuranti del fatto che i due malavitosi potessero avere una pistola con sé, e per fortuna quella sera ne erano sprovvisti. Così abbiamo chiamato il 113 e da lì è iniziato il nostro percorso di denuncia. Stavamo aprendo in quel periodo la pizzeria all’interno di Villa Lampedusa, eravamo nel marasma burocratico. Pressavano, pretendevano la regolarizzazione di vecchi pagamenti, prospettavano addirittura l’inserimento di una persona nella società per gestire il nuovo locale. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Avete deciso di cambiare rotta e non pagare più. Da vent’anni eravate vittime di estorsione
Nel ’97, quando rilevammo La Braciera e con essa anche il pizzo che pagavano i precedenti gestori, la situazione socio-politico-culturale era diversa, le coscienze erano diverse. Non immaginavamo allora che un giorno non avremmo più pagato. C’erano situazioni che portavano le persone a giudicare quel momento non certo adatto a ribellarsi. Era questo il clima in cui ci ritrovammo. Ma le cose poi sono cominciate a cambiare. I continui arresti, la fiducia nelle istituzioni, hanno iniziato a infondere coraggio. La Polizia, i Carabinieri, la Guardia di Finanza si sono molto addentrati in questa intelaiatura, periodicamente oggi tagliano rami, sono pressanti rendendo difficoltoso ai mandamenti riformulare l’assett. Forse a Palermo la situazione sta leggermente migliorando rispetto ai contesti in cui operano colleghi come Sorbillo.

Non hai temuto ritorsioni dopo l’arresto?
L’arresto è stato un toccasana mentale anche se si vive con una spada di Damocle sulla testa. Io ho 3 figli – la più grande ha 14 anni – e una moglie. Non nego che mi sono  venute le fobie. La sera quando rientro inevitabilmente penso che qualcuno possa seguirmi. Intanto non uso più la macchina ma solo il motorino, in modo da potermi divincolare e fuggire subito. Si impara comunque a convivere con tutto questo. Poi la risposta della gente dà forza. Soprattutto dei giovani che mi vengono incontro per complimentarsi, a ringraziarmi. I risultati del nostro gesto hanno cambiato qualcosa anche nel quartiere in cui lavoriamo e questo ripaga tanto. Siamo riusciti a portare alcuni vicini (da sempre vittime di estorsione) dalla nostra parte, a fare iniziare a loro un percorso della legalità.

Raccontaci la dinamica dell’estorsione oggi: come si avvicinano?
Rispetto al passato la metodologia a Palermo è cambiata. Oggi si avvicinano non direttamente. Cercano di farlo utilizzando un tramite, un conoscente, una persona insospettabile del quartiere, in modo che questi possano mettere la così detta buona parola. Non si espongono subito e direttamente.

A Palermo cresce il numero di chi aderisce all’associazione Addio Pizzo e Io Non Pago di Confcommercio…
Sono sopratutto i giovani che aderiscono al circuito e che sin da subito prendono posizione contro il racket. Gli stessi estorsori, così come risulta dalle intercettazioni, desistono se vedono un esercizio commerciale sotto la tutela di uno di questi programmi. Sanno che possono scattare subito le denunce, non vogliono guai.

Cosa ti senti di dire ai colleghi che hanno vissuto o stanno vivendo una situazione simile a quella che hai passato?
Bisogna ribellarsi. Dobbiamo farlo in tanti. Bisogna trovare la forza e non piegarsi mai, lo dico soprattutto ai ragazzi che aprono nuovi esercizi commerciali: non cedete, dovete opporvi sin dall’inizio. Loro giocano su arroganza, sull’intimidazione ma se riuscite a reagire fate saltare il loro gioco. Sta in questo la nostra forza. E poi basta tenere presente che tanto è sempre un percorso in discesa, prima o poi vengono beccati. Dobbiamo solo accelerare questo percorso.