FrigoBar Tales, sesta puntata: Ghemon

28 Maggio 2019

Il sesto appuntamento di FrigoBar Tales a Milano è stato ricco di ospiti e sorprese: dopo Alioscia Bisceglia dei Casino Royale, sul palco è salito Giovanni Luca Picariello, in arte Ghemon, che ha raccontato come il cibo sia per lui una parte fondamentale del suo essere attraverso aneddoti e battute.

Roy Paci: la prima cosa che voglio chiederti è quanto sia stato importante nel tuo percorso artistico, il cibo della tradizione irpina.
Il cibo delle mie origini per me è tutto. La cosa che preferisco sono i contorni perché secondo me sono una metafora di amore: ingredienti semplici che completano tutto il piatto e richiedono grande cura nell’essere preparati; mi fanno pensare a mia nonna e mia mamma. Comunemente le tradizioni gastronomiche delle provincie campane sono accomunate in quanto geograficamente distano pochi chilometri, ma siamo comunità a sé stanti ognuna con la propria identità. Spostando la questione all’ambito musicale, quando ero ragazzino negli anni ’90, i centri di aggregazione da cui partivano i dettami del rap e dell’hip-hop erano molto distanti dalla mia piccola città, così facevamo un po’ tutto da soli seguendo solo una regola: non copiare. La voglia di distinguersi quindi era per me fondamentale sia come artista che come avellinese.

Lorenza:  proposito di origini, ho letto il tuo libro che si chiama Io sono, un titolo interessante perché lascia spazio a tante interpretazioni. Tu chi sei?
Alla fine del libro faccio un elenco di tutto quello che sento di essere tra cose positive (poche) e cose orrende (molte); ho cercato di essere coraggioso perché io in realtà sono così. Una persona con cui lavoro dice che io sono un provocatore, magari si capirà con il tempo chi sono veramente.

Riprendendo il discorso sul cibo, nel libro c’è un bellissimo passaggio che evidenzia quanto sia determinante per te. Che rapporto hai con il cibo?
Ti dirò una cosa che ogni volta suscita molte risate: la mia prima ragione di vita dopo la musica è il sugo. Quando ero ragazzino una delle mie più grandi fonti di gioia era svegliarmi la domenica e sentire la pentola del sugo che – come si dice da noi – pippiava, cioè sbolliva e prima ancora di bere il caffè bevevo due o tre mestolate di sugo. Quello era il mio latte materno e ci sono ancora tantissimo affezionato. C’è sicuramente qualche punto in comune tra musica, cibo e sesso e tra questi il mestolo di sugo della domenica certamente c’è.

A questo proposito voglio raccontare un piccolo aneddoto del libro: è vero che per rimorchiare una ragazza una volta le hai regalato due cucchiaini di sugo?
È vero. Avevo fatto una cosa bellissima e non l’ha capita. Io dovevo andare a cena con questa ragazza e invece di portarle dei fiori, di nascosto da mia mamma che aveva preparato un grande ragù, ho preso un contenitore minuscolo e ci ho messo dentro un po’ di sugo. Quando ci siamo incontrati le ho detto: “Siediti, ti bendo, questo è il mio regalo“.

Romantico, dai. Abbiamo parlato tanto di sugo, ma ti ho visto salire sul palcoscenico con un bicchiere di vino. Tu che rapporto hai con il vino?
Io amo tanto il vino. Alterno momenti in cui lo apprezzo come un sommelier e altri come Piero Ciampi, ovvero anche io bevo per accompagnare la realtà che a volte è amara. Ecco, mi sono sporcato i jeans.

Quindi ti senti più Aglianico o più Taurasi?
In realtà mi sento più Greco di Tufo. Perché è aspro e salino e poi il tufo rappresenta la pietra. Porosa, ma comunque una pietra.

Hai vissuto molti anni a Roma: in che modo quel periodo è stato formativo in termini gastronomici?
È stato molto formativo. Ho fatto un upgrade di cose che non conoscevo (ma che apprezzavo) di cucina popolare. Ricordo molto bene com’era mangiare nelle fraschette ai Castelli. Era un momento di convivio unico in cui ti sentivi a pranzo non solo con le persone che avevi di fronte, ma un po’ con tutti gli altri tavoli. Non ho fatto lo scatto alla cucina di alto livello a Roma, ho apprezzato di più quella popolare.

Hai anche passato un periodo nel triestino e nel libro scrivi che per trasferirti a nord avresti dovuto conoscere a pari merito lingua e specialità locali. Nomini il panino porcina e cren della signora Rosa e i paninetti dello stile dei Nanetti. Come mai ti sono venuti in mente questi due piatti in particolare?
Io penso che la nostra esistenza sia scandita da ciò che mangiamo. Questi due piatti mi hanno colpito perché mi ricordano momenti semplici passati con amici, come in questa Osteria dei Nanetti in cui fanno dei panini minuscoli da mangiare a pranzo con un bicchiere di Fanta e sono talmente semplici e talmente buoni che mi sono rimasti impressi. La porcina invece è una porchetta: i triestini la chiamano porcina perché ha una cottura diversa dalla classica porchetta, mentre il cren è una crema di radice di rafano e queste due cose messe insieme creano un qualcosa di unico, sono una cosa sola, piccante, un po’ aspra, con una nota molto morbida. È un panino molto buono. Non so se si è notato, mi piace il cibo.

A proposito di questa affermazione, sono andata a scartabellare tra i tuoi tweet per cercare di conoscerti meglio sotto questo punto di vista e ho trovato tantissime battute e riferimenti al cibo. Tu pensi spesso al cibo?
Ti dico una cosa che non tutti sanno. Sto finalmente riuscendo a realizzare un mio sogno nel cassetto: voglio fare il modello curvy.

Sei troppo magro per fare il modello curvy, quello lo potrebbe fare Roy. In un altro tweet dici di avere un talento speciale nel fare la spesa e distingui vari livelli. Spiegami bene cosa vuoi dire.
Fare la spesa con mia mamma è il livello più difficile perché lei è quel tipo di persona che arrivata alla cassa si ricorda di non aver preso tante cose e quindi bisogna tornare indietro. Aggiunge così tanta roba che la spesa diventa di 400 € e a quel punto c’è bisogno davvero di tanta pazienza. Per questo lascio spesso il compito a mio padre.

Io so che tu hai avuto anche dei contatti con l’alta cucina grazie a un tuo ex suocero che era un appassionato del settore. È vero?
Si, è vero. Era un grande appassionato e mi ha fatto imparare tantissime cose. Tante volte mi ha fatto scoprire l’alta cucina anche su commissione: “Siete a Londra? Quel ristorante ha preso la stella, ve la pago io la cena“.

Cioè faceva un bonifico in tempo reale?
Se la vedeva lui dopo. Ho fatto tante esperienze molto belle, sono stato anche in grado di essere critico davanti a piatti molto elaborati, ma che magari non mi comunicavano nulla. È stato interessante poter imparare qualcosa attraverso un percorso gustativo pensato appositamente dallo chef, vederlo uscire dalla cucina e diventare oste e vedere, da umile spettatore, come funziona la brigata in cucina. È stato bello vivere queste esperienze ricche di sensazioni e percezioni che io invece esprimo sotto forma di musica.

A proposito della tua forma artistica, c’è una musica particolarmente importante per te?
Sì, il soul. Quello più moderno chiamato neo-soul, perché è una musica che ritengo pulita. Io in aiuto chiederei un altro bicchiere.

Portiamo un altro bicchiere a Ghemon e parliamo ancora di cibo. La cucina di ricerca è una cucina che presta molta attenzione ai singoli ingredienti, vi è una conoscenza profonda di ogni ingrediente per poterlo esaltare nel miglior modo possibile. Tu cosa ne pensi?
Quello che sto per dire vale sia per un disco che per un piatto: io penso che i singoli elementi siano importantissimi, va bene un’ottima presentazione, ma la cosa più importante credo sia produrre un qualcosa di spettacolare che le persone possano ricordare anche tra 10 anni e possano avere ancora voglia di mangiare quel piatto o ascoltare quella canzone.

Hai già detto di essere stato molto coraggioso, nel tuo ambiente lo sei stato tanto quando hai deciso di non limitarti ai canoni del mondo del rap e dell’hip-hop del tempo. Come i cuochi che fanno twist sulla cucina tradizionale, tu hai deciso di rinnovare il classico rap. È stato difficile?
I riferimenti musicali a cui mi ispiravo venivano principalmente dagli Stati Uniti, dove i cross-over erano già molto diffusi, mentre in Italia era impensabile cantare e rappare nello stesso pezzo: bisognava decidere cosa voler fare e farlo bene. Io ho deciso di seguire la mia linea ed essere coerente, anche se riuscire a mantenere una linea non è facile: ci sono alti, bassi, momenti in cui sei pienamente convinto della tua linea e momenti in cui ne sei convinto di meno, ci sono persone che ti criticano e cercano di buttarti giù. Io recentemente ho imparato una cosa grazie a una chiacchierata con Nino D’Angelo e cioè che le carriere sono fatte di momenti, ma si sviluppano in decenni. Quindi io cerco di portare avanti la mia idea e poi tra 10 anni ne riparleremo.

Un’altra curiosità: quando sei in giro in tour, che rapporto hai con il cibo? Riesci a mantenere una sorta di equilibrio a livello di dieta?
Ti dirò, molti musicisti se ne fregano, però io sono molto attento alla mia alimentazione perché so che anche da quello dipende la mia performance. So che mangiare in un certo modo mi fa stare tranquillo quando salgo sul palco, così faccio un fioretto per tutta la durata del tour. Mangio principalmente riso, pesce, carni bianche e tantissime verdure fino al giorno bonus in cui mi faccio una carbonara.

Ora ti faccio una domanda sul lavoro: cosa stai facendo in questo momento, Ghemon?
In questo periodo sono tutto casa e studio e ogni tanto palestra, perché in realtà questo è un momento in cui non ho bisogno di avere i riflettori puntati addosso, ma di stare nel mio posto privato (che è lo studio) per trovare le parole giuste per la mia musica. Oltre questo, la mia attività principale è andare sulla home di Just Eat per capire cosa mi devo mangiare.

Come fai, leggi i commenti?
No, sperimento. Ora la mia cosa preferita è un posto che si chiama Poketna che fa un poke con prodotti siciliani come pestato di pomodori secchi e altre creme che si abbinano benissimo al riso. Mi piace mangiarlo davanti al computer e lo preferisco tiepido invece che freddo.

Un’ultima cosa, visto che io penso sempre al cibo, stavo immaginando una ricetta dedicata al tuo ultimo singolo Rose Viola e ho immaginato questi petali di rose immersi in un succo di barbabietola. Cosa ne pensi?
Interessante. Invece a San Remo il pasticciere Knam voleva creare una piccola scatola di cioccolatini dedicati e quindi mi chiese che gusto mi piacesse, io risposi: al ragù?