Rece Rock: Craftwork a Roma

29 Maggio 2019

Negli ultimi tempi Centocelle è su tutti i giornali. Non per la cronaca nera e neanche per il fatto che ci abiti una grassa personalità come me. Ultimamente si parla del mio quartiere per la miriade di locali che hanno aperto, molti dei quali davvero di buon livello. Non fa eccezione il Craftwork 100Celle (via dei Pioppi, 7), posto che mi è andato subito a genio, forse perché la prima volta che ci sono entrato c’era la partita della Juve e ha perso malamente. In più è talmente vicino a casa mia che posso andare in ciabatte e vestaglia come il Grande Lebowski.

– Il locale si affaccia sui ruderi dell’antico acquedotto Alessandrino, eretto nel II secolo d.C. Si, proprio quello dove tutti gli ubriaconi di zona andavano a fine serata, ma con l’andamento disinvolto e la perizia di Alberto Angela.

– All’ingresso vengo subito accolto da Davide. Alto 2 metri, tatuato e col fisico da boxeur. Andarci d’accordo e dargli sempre ragione sarà la priorità della mia serata. L’ambiente è allegro ed accogliente. Di sottofondo c’è musica rock’n’roll che mi fa sentire a casa. D’altro canto, sto pur sempre in ciabatte e vestaglia come il grande Lebowski

– Nell’attesa di decidere cosa mangiare, tracanno 3 ottime birre del romanissimo birrificio ECB. Che non si dica che scelgo dal menu in maniera affrettata.

– Per dare un senso al potere dissetante delle birre, decido di prendere un tagliere. Al tavolo ne arriva uno grosso come una tavola da surf, carico di affettati, pomodori secchi e formaggi buonissimi. Specialmente il pecorino fatto dai ragazzi di Rebibbia è spettacolare. Mi farei arrestare solo per poterli abbracciare e ringraziare.

– Tornando alla boxe, decido di imitare Robert de Niro che fece una dieta a base di patate e prese 20 chili per interpretare Toro Scatenato. Quindi ordino la specialità della casa: le jacket potatoes. Tutte e 4 ovviamente. Per chi non lo sapesse le jacket potatoes sono grandi patate farcite con condimenti diversi, cotte al forno o alla brace. In pratica è l’unica specialità anglosassone che puoi mangiare senza dover insultare la Corona e senza dover prenotare una lavanda gastrica.

– Dopo circa 46 anni ho scoperto che non c’è nessuna differenza tra la jacket potato e la baked potato. La prima è una jacket potato alla crema di fave e pecorino. Buonissima! E ringrazio Dio (Ronnie James) di avermi reso ipoplasico piuttosto che affetto da favismo.

– La seconda patata è con baccalà e hummus. Il mio alito inizia a vacillare ma il mio sorriso non cede di un millimetro. E neanche la panza.

– La terza è con crema di pepe verde e prosciutto di maiale nero. Favolosa! Non ho mai visto dal vero un maiale nero, ma sono certo che quando accadrà lo abbraccerò commosso.

– Davide mi porta l’ultima portata dicendomi: “Assaggia questa, è greca!” come Mario Brega. La patata è farcita con tzatziki, olive nere e aglio. La migliore, ma è il definitivo colpo di grazia al mio fiato che ora ricorda una fogna di Calcutta durante la stagione monsonica. I gargarismi con le ulteriori tre birre non migliorano la mia alitosi ma di sicuro migliorano ulteriormente l’umore.

–  A causa della citata alitosi e in mancanza di una mentina, la mia attività sociale termina qui e mi vedo costretto a tornare a casa dal mio amato cane. Ma anche lui mi guarda, mi annusa, mi schifa e se ne va.