Orange is the new white: cosa sono i vini macerati o orange wine

31 Maggio 2019

Il titolo in realtà potrebbe essere fuorviante ma è troppo allettante l’occasione di parafrasare la serie TV statunitense Orange Is The New Black. Parliamo dei vini macerati, dei vini cosiddetti orange, termine ormai divenuto di uso comune presso gli appassionati, che indica quei bianchi fuori dagli schemi classici che subiscono una macerazione sulle bucce. Cosa sono? Da dove vengono? Perché ci dovrebbero piacere? Perché non ci dovrebbero piacere? Affrontiamo la questione punto per punto, cercando di capirne un po’ di più.

Vinificazione e origini

Come accennato prima, c’è ben poco di nuovo negli orange wine, anzi in fondo sono il risultato di un metodo antichissimo: è tecnicamente una vinificazione in rosso di uve bianche attraverso un più o meno prolungato contatto del mosto con le bucce. il colore dipende dagli antociani sulle bucce Come noto a molti, e se non vi è noto sarebbe ora che lo sia, la colorazione del vino dipende esclusivamente dalla buccia dell’uva: lì sono contenute le sostanze coloranti (gli antociani), la polpa dell’uva separata dalla sua buccia darebbe esclusivamente vini bianchi (processo molto utilizzato in Champagne con la tipologia Blanc de Noirs, letteralmente bianchi da uve nere). La macerazione prolungata per i bianchi nel tempo è stata abbandonata in favore di una vinificazione che non prevedesse un contatto importante con le bucce, addirittura negli anni ‘80 molto di moda erano i vini color bianco carta, quasi trasparenti, acquosi.

La riscoperta della tipologia si deve soprattutto a Josko Gravner, grande artigiano del vino friulano, affermatosi in Italia come uno dei più grandi produttori di vini bianchi, con vette di grande purezza e nitore come la serie dei bianchi dell’annata 1991 che ancora oggi stupisce per integrità e freschezza. Decisiva nel percorso di Gravner l’annata 1996, disastrosa in vigna con una perdita quasi totale dell raccolto, in cui decise di sperimentare una vinificazione con macerazioni prolungate e fermentazione spontanea. Da lì in poi, con l’intermezzo di un viaggio nel 2000 in Georgia alla riscoperta delle radici del vino in anfora, il percorso portò a quella che è poi divenuta la svolta con l’annata 2001, ufficialmente la prima della versione in anfora sia della Ribolla Gialla che del Breg.

Lui e il mai troppo compianto Stanko Radikon divennero alfieri di un nuovo modo di intendere il bianco, un modo ancestrale ma innovativo allo stesso tempo. Furono considerati veri e propri paladini per quel mondo naturale che stava muovendo i primi passi e che vedeva in questa rivoluzione, che aveva il presupposto di un maggiore contatto tra l’uomo e la natura come caposaldo imprescindibile, una nuova strada percorribile. Da lì il bianco-arancione, come tutte le svolte epocali, non ha fatto altro che attirare sostenitori e detrattori, arroccati su posizioni anche molto distanti. Analizziamole con le argomentazioni che più spesso vengono sposate.

Orange Wine: perché sì

È una visione differente, un punto di vista inaspettato di ciò che le uve bianche possono offrire e che si distacca in maniera netta dal passato, da quella che è divenuta tradizione nel tempo. vini che richiedono piatti decisi e strutturati, come quelli dei rossi Pur essendo, come detto, un metodo di vinificazione antichissimo, ha spiazzato palati e convinzioni ferree: guai avvicinare questi vini a piatti leggeri, guai seguire le regole fino a quel momento radicate nella tavola. La complessità degli orange è talmente debordante da richiedere piatti decisi, strutturati, come quelli che uno potrebbe abbinare a un rosso, grazie anche alla quota tannica che spesso ne accompagna il sorso. Ma il miglior modo in assoluto è inquadrarli a sé stanti, dopo il pasto, per apprezzarne le sfumature e le sfaccettature, con sensazioni che virano decisamente sulle spezie e meno sul frutto, con strutture al palato inconsuete che richiedono ascolto e analisi attenta. Per chi ama il genere, una complessità da cui difficilmente si può tornare indietro.

Orange Wine: perché no

La macerazione sulle bucce arricchisce il vino, questo è certo. Infatti usata con giudizio, controllando la temperatura o effettuandola per parte della massa vinificata e solo per qualche ora, dona struttura e complessità. il quadro aromatico si appiattisce e omologa i tratti Ma la macerazione esasperata, quella che dura decine e decine di giorni, non fa altro che togliere qualsiasi riferimento all’uva di origine e appiattisce il quadro aromatico omologandone i tratti: dopo una vinificazione così estrema diventa difficile, anche per il palato più allenato, riuscire a risalire all’uva di origine. Che sia un Trebbiano o uno Chardonnay, tutto si sposta verso un registro fin troppo ripetitivo nel frutto che rimbalza tra albicocca disidradata e scorza d’arancia (guarda caso), sensazioni mielose e di cera d’api, fino alle sensazioni tostate e di frutta secca. La scarsa spendibilità a tavola su ciò che il bianco tradizionale regna, diventa un altro limite poiché il raggio d’azione che si va a sovrapporre fin troppo al territorio dei rossi.  Insomma, soprattutto per chi ha fatto della barrique il nemico da combattere contro l’omologazione del vino, la macerazione dovrebbe essere la nuova barrique perché livella le differenze. Per chi non ama il genere, uno scoglio difficilmente da superare.