Rece Rock: come diventare food blogger

4 Giugno 2019

Quando Agrodolce mi ha proposto di scrivere qualche articolo, forse non sapeva a quali rischi stesse andando incontro. Manco io, a dire il vero. Non sapevo neanche cosa significasse food critic o food blogger, ma ero certo di tre cose: 1) avrei potuto fingermi esperto di cucina, 2) avrei smesso di frequentare bettole e osterie malfamate come Giggi O’Scassinatore o Lella La Regina della Coratella, 3) avrei scroccato dei buoni pasti caldi.

Ovviamente sbagliavo.

Piano piano, facendo esperienza in questo campo, sto affinando tecniche e faccia da schiaffi a livelli inimmaginabili. Anche se poi sono costretto a tenere dei comportamenti che, a un osservatore esterno, mi farà apparire come un perfetto imbecille. A pensarci bene, non avrebbe assolutamente torto. Ma andiamo con ordine: vi fornisco lo starter pack per diventare food blogger o food critic.

– Prima di andare al ristorante prescelto, è preferibile passare in farmacia a comprare dei pacchi famiglia di Gaviscon e mezz’etto di bicarbonato per digerire tutto quello che io, da meticoloso food critic (leggasi insaziabile idrovora), dovrò mangiare. Ovvero almeno la metà del menu proposto.

– Quando chiedo gentilmente un tavolo, il mio aspetto alla Franchino di Fantozzi non aiuta: capelli lunghi, barba irregolare, orecchini, tatuaggi e panza fuori ordinanza mi fanno sembrare un brutto ceffo, sicuramente non un “critico gastronomico” (il virgolettato è d’obbligo). Quindi il caposala, non avendo alcun sospetto, può trattarmi con sufficienza e darmi il tavolo più lontano dalla gente e solitamente più vicino al gabinetto. Abbozzo con un sorriso, tanto poi mi vendicherò stroncandoli tutti.

– Immediatamente prima di sedermi scruto l’ambiente e cerco di individuare tutte le eventuali vie di fuga. Le prime volte ero così poco discreto e disinvolto che sono stato scambiato per un ispettore dei Vigili del Fuoco.

–  Una volta seduto, guardo il menu con un’attenzione esagerata che non rivolgo neanche alle incomprensibili istruzioni dell’Ikea quando cerco di montare un mobile. Anche la mia ragazza a volte me lo dice: “Ti prego, guardami come guardi i menu al ristorante”.

–  Ovviamente dovrò provare più piatti possibili e passare inevitabilmente per un pozzo senza fondo. Il cameriere, alla quarta pagina di bloc-notes riempita con le mie ordinazioni, scruta con prevedibile disgusto il mio girovita e va a sbeffeggiarmi in cucina col resto del personale.

– Un aspetto essenziale di questo lavoro è fotografare il piatto che arriva. Ho dovuto dire addio al mio vecchio Nokia 3310 per comprare uno smartphone dotato di 4 fotocamere Leica che fotografano perfettamente anche se stai cadendo dal quarto piano di un palazzo durante un blackout. Fotografo più volte ogni portata che arriva, sembrando uno di quelli che devono condividere con tutto il mondo e su tutti i social ciò che stanno mangiando. Salvo poi passare il resto del tempo a rispondere ai numerosi “E sti ca**i!” (da intendersi alla romana) postati sotto le loro fotografie dagli amici guasconi. Lo ammetto, ero uno di quegli amici guasconi.

– Dopo aver finalmente finito di fotografare il piatto manco fossi Oliviero Toscani, mi scrivo sul bloc-notes (rubato al cameriere sbruffone) il nome, la descrizione e le caratteristiche principali della pietanza. In poche parole, da quando lavoro per Agrodolce, mangio freddo.

– Mangio tra i 5 e i 10 chili di roba e tracanno 2 litri di vino, dando la colpa ad Agrodolce e all’articolo che dovrò scrivere. In pratica mi hanno fornito l’alibi perfetto per non avere sensi di colpa verso me stesso, verso la mia fidanzata quando indicherà i miei fianchi alla Cattivik e verso il dietologo che un giorno si prenderà cura di me mettendosi le mani tra i capelli.

– Può succedere di mangiare male. Anche MOLTO male. Ma, immancabilmente, dopo il pasto e prima del Gaviscon faccio i complimenti al cuoco sfoderando una faccia da culo che potrei usare Bepanthenol o Preparazione H come crema antirughe.

Aver fatto i complimenti al cuoco che poi comunque stroncherò in sede di recensione mi rende un individuo pavido e abbietto. Ma non così tanto per entrare in politica.

– Con l’andamento incerto di un gatto a cui hanno tagliato i baffi, torno a casa e inizio subito a scrivere l’articolo riguardando una a una le foto del cibo. È un po’ come se dopo una notte di sesso selvaggio andassi a vedere qualche video online. Ho la nausea e me la tengo, perché in farmacia ho dimenticato di comprare il maledetto Plasil.

Se un giorno farò la fine di Paolo Panelli e Vittorio Gassman ne Il Conte Tacchia, sappiate che è colpa di Agrodolce. O, più correttamente, merito.