Vi raccontiamo Al Mèni 2019 con 6 piatti notevoli

27 Giugno 2019

La due giorni di Al Mèni 2019, tra bombe d’acqua e caldo tropicale, ha chiuso i battenti con un risultato come sempre positivo sia nella partecipazione del pubblico, sia nella riuscita di molti dei piatti presentati: anche quest’anno (e forse più che mai) sono stati legati alle tradizioni, ai piatti popolari delle varie culture rappresentate dagli chef partecipanti. Scoperte di ingredienti, tecniche, saperi, sapori che hanno veramente centrato il segno. Mettiamo in fila, senza alcuna pretesa di classifica, ma solo per sottolineare le 6 cose che più ci hanno colpito, i piatti che nel complesso ci sono sembrati i più rappresentativi di questa edizione, aspettando già con impazienza la prossima.

  1. Dromsa con gelsi fermentati, formaggio Shakulli e portulaca. In Albania sta crescendo una generazione di cuochi che vuole portare agli onori della cronaca tradizioni locali rielaborate con il giusto tocco della modernità. Motore indiscusso di questa rivoluzione è Bledar Kola che a Rimini ha portato questa pasta fatta spruzzando sulla farina acqua con un rametto di origano, fino ad ottenere uno gnocchetto molto piccolo tra il cuscus e la fregola. È un piatto nato nella enclave albanese in Calabria. Kola lo cuoce con dei legumi e poi lo serve con gelsi fermentati, una ricotta albanese dal sapore deciso, lo Shakulli e con delle foglie di portulaca. Un piatto, denso, saporito che riporta a casa.
  2. Acqua di lattuga di mare, vongole affumicate, spuma al pino. Il personaggio di questa edizione del Mèni è senza ombra di dubbio Colombe St. Pierre, ragazza canadese che fa della sostenibilità del cibo il suo cavallo di battaglia. Si è presentata con una maglietta da baseball, parrucca, naso finto e con la sous chef che suonava il marranzanu. Oltre l’eccentrico. Mentre il suo piatto centratissimo, era un incrocio tra una zuppa di vongole adriatica e un clam chowder nordamericano, tra sapidità marine e cremosità. Da mangiarne un secchio, così come l’extra di fasolari a fine corsa.
  3. Tartare di manzo e anguilla affumicata, carote, fondo di carne e tamarindo. La prima volta di Giovanni Passerini a Rimini è stato uno dei must. Lo si attendeva da anni perché sotto il tendone di piazza Fellini è passato il meglio della cucina contemporanea europea e lui era uno dei pochi che mancava. Affiancato da Simone Tondo (sempre presente dalla prima edizione), lo ha aiutato nel suo omaggio quasi pierangelinesco della crema di ceci con granchio, cetriolo e coriandolo, per poi sfoderare il giorno dopo un piatto che illustra al meglio la pulizia della sua cucina. Un crudo di manzo e anguilla, sotto forma di polpetta, con accanto delle perfette carote solo lessate e condite e un fondo di carne e tamarindo da leccarsi i baffi.
  4. Omaggio a Rimini. Come sempre ad Al Mèni è Massimo Bottura con il suo intervento ad aprire le danze per poi cedere il passo, ad anni alterni, ai suoi sous chef storici, Taka Hondo e Davide Di Fabio. Quest’anno toccava a Davide e come spesso capita in queste occasioni è uscita fuori l’anima pop della Francescana: un omaggio a un piatto simbolo della costiera riminese, un risotto all’astice, riveduto e corretto, sormontato una cartolina edibile, un saluti da Rimini iconico e divertente, già diventato oggetto di culto.
  5. Larb di trippa e linguaTim Butler, americano per 10 anni in Thailandia, dove ha portato ai vertici della ristorazione il suo Eat Me. Sempre in giro per il modo ad apprendere e, soprattutto, a far conoscere la sua cucina, che delle sfumature tra piccante, speziato, dolce e amaro ha fatto il suo marchio di fabbrica. A Rimini ha portato un larb, l’insalata di carne che ha origine nel Laos, qui preparata con trippa e lingua dove i sapori, tra chili, coriandolo, lemongrass si inseguivano componendosi in un gusto unico. Un piatto forte ed elegante, da fuoriclasse.
  6. Œufs en mourette. Un classico è per sempre e l’Œufs en mourette indiscutibilmente fa parte di questa categoria. Un piatto che si trova in tutti i bistrot della tradizione francese e che nei bouchon lionesi è sempre protagonista. Un uovo poché, accompagnato dalla mitica salsa al vino rosso con lardo, cipolle, scalogni e funghi. Una botta calorica e di gusto. Marie Victorine Manoa, che dopo la partecipazione a Top Chef ha preso in mano le redini del bouchon di famiglia a Lione, Le Mercière, ne prepara una versione dove l’uovo è marinato nel vino rosso a dare ulteriore risalto alla ricchezza del piatto. Il più buono assaggiato quest’anno a Rimini.