Nasce il Consorzio della Birra Artigianale italiana: è un bene o no?

28 Giugno 2019

In ambito birrario la notizia che ha fatto più rumore nelle ultime settimane è certamente quella del taglio delle accise fiscali. Altra novità è stata la nascita del Consorzio di tutela (e promozione) della birra artigianale Made in Italy, è nato il consorzio per la tutela della birra artigianale italiana la cui presentazione ufficiale si è tenuta nella sede di Coldiretti a Roma. Obiettivo? Ribadire il concetto che la birra è un prodotto indissolubilmente legato alla filiera agricola, incentivando la coltivazione e l’utilizzo di materie prime italiane. I fondatori sono il presidente Teo Musso del birrificio agricolo Baladin, Marco Farchioni del birrificio Mastri Birrai Umbri, Giorgio Maso del birrificio dell’Altavia, Vito Pagnotta del birrificio agricolo Serro Croce e Giovanni Toffoli della Malteria Agroalimentare Sud.

L’auspicio è che la crescita dei consumi di birra artigianale in Italia, dovuta all’apertura di centinaia di microbirrifici, possa avere una ricaduta positiva anche in ambito agricolo.Il Consorzio infatti si impegnerà ad aiutare, nel reperimento di materia prima italiana, i birrifici che vorranno utilizzarne almeno il 51% per il loro fabbisogno. In tal caso, oltre alla dicitura Artigianale, le birre potranno riportare in etichetta anche l’indicazione da Filiera Agricola Italiana. Questa è la mera notizia, cerchiamo di capire meglio l’operazione, tracciandone i lati positivi e le criticità.

Pro

Al netto dei legittimi interessi dei fondatori, vi sono degli effetti collaterali positivi per tutto il comparto, clienti compresi. In qualche modo si tenta di contrastare l’industria, maggiore chiarezza e valorizzazione del lavoro nazionale specie nei casi in cui questa prova a confondere il bevitore meno esperto. Analizzando il successo delle cosiddette birre crafty (finte artigianali), appare evidente quanto modesto sia l’appeal che vantano due dei tre criteri di artigianalità. Le limitate capacità produttive di un impianto e l’indipendenza dei birrifici, infatti, appassionano meno di mancate filtrazioni e pastorizzazioni. Se poi si aggiungono richiami a ingredienti regionali e operazioni di marketing ben studiate, è chiaro che Davide potrà ben poco di fronte a un Golia così forte e disciplinato. E allora si prova con questa iniezione di italianità, che in ambito agroalimentare fa sempre effetto. L’iniziativa del Consorzio è dunque meritoria, non tanto per una presunta superiorità morale (o qualitativa) dei piccoli produttori, quanto per il fatto che si farà maggiore chiarezza a vantaggio dei consumatori.

Contro

Di contro però, non possiamo non esprimere dubbi sulla coniazione di un’ulteriore denominazione che potrebbe, anziché guidare, confondere ulteriormente il cliente. Per intenderci: si rischia di tornare indietro in nome di una forma di autarchia esiste già la definizione di Birrificio Agricolo, che è concessa a realtà che il 51% di materie prime lo producono da sole, mentre per la birra da Filiera Agricola Italiana basterà acquistare gli ingredienti da fornitori nazionali. Differenze sostanziali ma che rischiano di diventare impercettibili sfumature per i più distratti (in nettissima maggioranza). Altro punto critico è sicuramente la qualità di malti e luppoli italiani che non sempre è soddisfacente. Negli ultimi anni la godibilità delle birre italiane è cresciuta tantissimo, rischiare di tornare indietro in nome di una forma di autarchia (tra l’altro irrealizzabile nelle quantità) potrebbe essere controproducente. Banalmente si rischia di guardare troppo in prospettiva e per il bene del comparto agricolo, perdendo clienti nel breve termine in ambito birrario.

Insomma Coldiretti fa il suo lavoro, i produttori coinvolti anche, ma un coinvolgimento maggiore dei birrai, magari tramite un’intesa con la loro associazione di categoria, sarebbe stato auspicabile. Ci auguriamo che il neonato consorzio possa lavorare bene e che si possano creare presto maggiori sinergie tra gli attori coinvolti.