Chemona: com’è il primo Japanese pub di Milano

5 Luglio 2019

Un Japanese pub come lo immaginate? Camerieri in yukata, insegne con caratteri kanji e yakitori? Divise a parte, Chemona (viale Bligny, 21) a Milano non deluderà le aspettative. Nato da una collaborazione tra Asahi e il Pogue Mahone’s (Irish pub molto amato in zona Porta Romana), è il primo locale del suo genere in città. L’ambiente mescola stile industrial, sedute di diverso tipo, neon, tavoli di legno e mise en place più che essenziale. Se storcete il naso davanti a quello che vi sembra l’ennesimo locale affogato in salsa fighetto-meneghina, con prezzi alti e piatti poco riusciti, sappiate che lo pensavo anche io, ma mi sono ricreduta.

Il menu – stampato come fosse scritto a mano, con varie info utili per i newbies della cucina giapponese – è molto ampio e comprende una bella selezione di sake (con una sezione dedicata a quelli fruttati), sake, cocktail e long drink, ma solo una birra giapponese shochu, cocktail e long drink, dove si mescolano ingredienti e spirits di provenienza nipponica: yuzu, tè matcha, shiso, umeshu e via dicendo. E la birra? In un pub, che sia japanese o tradizionale, ci si aspetta una scelta che possa accontentare più o meno tutti. Quello che secondo me manca da Chemona – giustificabile, se vogliamo, con la probabile partnership con Asahi – sono le birre nipponiche, il che sembra un controsenso. In realtà le spine (ma anche le bottiglie) di giapponese hanno solo la Asahi Superdry.

Per quanto riguarda i piatti, la proposta è altrettanto ricca e si divide in all time, main, pasta (per la parte dedicata ai noodles, udon o soba), riso (le ciotole che si chiamano donburi), burger & salads, dessert. un menu da sperimentare in lungo e in largo Non aspettatevi la tradizione, ma sperimentate in lungo e in largo questo menu. L’unico passo falso mi è sembrata la proposta di takoyaki: se tako significa polpo, manca la materia prima principale nei takoyaki di salmone e gamberi. Detto questo, tutto ciò che ho assaggiato l’avrei riordinato un’altra volta. Per cominciare, i gyoza con gambero, spalla di maiale e cipollotto hanno una bella crosticina croccante, sono saporiti e comunque sorprendentemente digeribili, con un tocco di zenzero che non guasta affatto.

A seguire, ho provato due tipi di yakitori: pancia di maiale all’orientale e pollo e funghi shiitake con salsa teriyaki e sesamo. Lo spiedino di pancia di maiale è succoso, la carne si scioglie contro il palato, l’umami manda in visibilio la lingua. Più delicato lo yakitori di pollo e funghi, ma comunque molto godibile (anche se la rompiballe che è in me avrebbe preferito pezzi più piccoli e più caramellati dalla griglia).

Quello che veramente m’incuriosiva è un piatto da pub rivisto in maniera più che insolita: burger di pollo fritto katsu curry, zenzero sottaceto, misticanza, maionese al wasabi e ketchup al miso. Un’altra bomba di umami, ben racchiusa in un panino morbido. Non mi stupirei se improvvisamente comparisse in molti menu in giro per la città.

Per concludere affondo il cucchiaino nella matcha cheesecake: è presentata scomposta – in fondo è una mousse di formaggio fresco – con lamponi e biscotto al cioccolato fondente. Per apprezzarla, dovete veramente (ma veramente) amare il matcha. Il servizio è attento, premuroso, sorridente. Ci si sente a proprio agio, si è bendisposti all’idea di tornare. Tutto sommato una scommessa vinta.