Rece Rock: la mia prima cena stampa da Woods a Roma

11 Luglio 2019

Il Woods di Roma (via dei Platani, 117) dista da casa mia esattamente 398 metri, circa 7 minuti a piedi anche se porti un tacco 12 o due scarpe sinistre. Poi, proprio a fagiolo, mi è arrivato l’invito per la mia prima cena-stampa ufficiale. Essendo un pivello nel settore, non so cosa aspettarmi. Per darmi un tono, indosso una t-shirt dei Soen e le mie Converse col buco. Mi sono anche tenuto leggero a pranzo, quindi arrivo al ristorante affamato come un lupo marsicano quando scende a rovistare tra i cassonetti de L’Aquila. Mi faccio incontro agli altri food-blogger e giornalisti invitati, che per fortuna non mi scambiano per un vagabondo di zona e mi accolgono carinamente.

– Ci presentiamo tutti a vicenda pur sapendo che a fine serata nessuno ricorderà un solo nome che non provenga dal menu. Mi correggo, un nome lo ricordo perfettamente: quello del barman, a cui mi sono rivolto più e più volte.

– La prima cosa che noto è che sono tutti tremendamente più eleganti di me. Durante il pasto scoprirò che sono anche tutti tremendamente più preparati di me.

– Persino la sala del Woods è tremendamente più elegante di me. Molto carina, diversa dalla maggior parte dei locali in stile casareccio del quartiere, un ambiente quasi nord-europeo. I 40 gradi di temperatura però mi ricordano brutalmente che non siamo a Copenhagen.

– Uno dei due simpatici proprietari ci porta l’anteprima del menu estivo che sarà a base di pesce. Lo leggo e inizio a sudare freddo: sto correndo il rischio di mangiare piatti esageratamente fantasiosi e audaci per il mio palato da operaio edile? Riuscirò a capire se l’accostamento dei vini coi piatti è giusto, io che al mio pranzo di oggi ho accostato una Peroni tiepida? Nel dubbio, inizio a buttar giù la mia lettera di dimissioni da Agrodolce.

– L’antipasto è una tartare di salmone con gel alla pesca e giardiniera di verdure croccanti a cui è abbinato un Sauvignon (che non so pronunciare correttamente ma che è decisamente meglio della Peroni del pranzo). Mi piace. Intorno a me si inizia a parlare di bilanciamento tra elemento grasso e quello acido, della non corretta conservazione di una delle bottiglie di vino e altre supercazzole, mentre io cerco affannosamente del pane per fare la scarpetta.

A ogni piatto che arriva è un tripudio di fotografie e flash. Ho capito che una cena stampa somiglia al red carpet del Festival di Cannes assaltato dai paparazzi.

– Il primo piatto è un tagliolino fatto in casa con colatura di alici di Cetara, vongole veraci e carpaccio di gambero rosso di Mazara. La cosa migliore della serata! Intorno a me si parla della nobile arte dell’impiattamento, della stoviglia migliore da utilizzare, del tipo di farine usate per il tagliolino e ulteriori supercazzole, mentre io cerco ancora affannosamente del pane per fare la scarpetta e bramo un’altra porzione di pasta. Anche nel piatto di carta, andrà benissimo.

– Grazie allo chef del Woods (e a Google) scopro che Cetara è un comune di 2.088 abitanti in provincia di Salerno e che Mazara è un comune di 51.484 abitanti in provincia di Trapani. Al tagliolino è stato abbinato un’azzeccatissima Ribolla Gialla, talmente azzeccata che ci siamo fatti lasciare la bottiglia al tavolo e ce la siamo scolata (in 2).

– Come secondo ci portano una frittura di gambero in tempura (uno), baccalà kataifi (uno) e calamaro pastellato (quattro anelli). Molto buona ma un po’ pochina, tanto che avrei voluto Gesù seduto al mio fianco per poter moltiplicare questi pesci e magari anche il pane che sto ancora affannosamente cercando. Alla frittura è stato abbinato un Roero Arneis che non so pronunciare e, fraintendendo il nome della cantina, stupidamente avevo pensato fosse un rosso. Per questa gaffe, ho rischiato di essere cacciato dal tavolo.

–  Il dolce è una tarte tatin (che non so pronunciare) alle pesche con gelato di fior di latte, timo e sambuco. Ovviamente ho riconosciuto tutti gli ingredienti solo dopo averli letti su carta. Ci presentano lo chef, il giovanissimo Luca, di appena 24 anni e un grande futuro che lo aspetta. Sono sinceramente colpito dal suo talento, dalla sua competenza e da una serietà che ti fa venir voglia di adottarlo. Io all’età sua ero un debosciato che andava in giro a fare il fesso. Attività che peraltro svolgo ancora con discreto successo.

– La mia prima cena stampa finisce con una caipirinha che mi fa salutare tutti in una lingua ignota e mi fa ritornare a casa zigzagando e percorrendo quindi 1456 metri invece dei 398 reali. Durante la serata, le mie conoscenze geografiche sono sicuramente migliorate ma ho scoperto che faccio a schiaffi con la lingua francese (fondamentale in campo gastronomico). In attesa del prossimo invito, prenoterò un paio di ripetizioni da un ubriacone d’oltralpe. Un clochard insomma, ma non so pronunciarlo.