Rece Rock: Acacie e Pepe a Roma

17 Luglio 2019

Il fatto che Centocelle a Roma stia vivendo un boom economico e gastronomico di fama nazionale (sì, me la sto tirando!) sta creandomi tre problemi: 1) sto diventando tremendamente sedentario (non accetto più inviti che mi spingano oltre l’incrocio tra la Casilina e la Palmiro Togliatti), non accetto più inviti che mi spingano oltre l'incrocio della via casilina2) sto ingrassando come se mi avessero attaccato un compressore all’ombelico (5 chili in più e tre paia di pantaloni riposti nell’apposito cassonetto giallo), 3) i ristoratori di zona iniziano a guardarmi con sospetto a causa delle mie rece e sto cominciando a provare lo stesso timore di un invitato ucraino a una cena in casa Putin. Ho già assunto un assaggiatore come faceva Saddam Hussein per evitare di essere avvelenato e probabilmente dovrò cercare casa altrove. I ragazzi di Acacie e Pepe (via delle Acacie, 27) ancora non mi conoscono, quindi ne approfitto per accettare l’invito alla mia seconda cena stampa ufficiale. Il ristorante dista appena 650 metri da casa mia, circa 8 minuti a piedi se non mi faccio investire dal tram 19. Dopo questa imprescindibile puntualizzazione, passiamo al locale.

La sala è piccolina, accogliente, arredata in modo semplice e con gusto, la cucina è a vista. In estate si aggiunge anche una piccola area all’aperto con vista sui cofani delle macchine parcheggiate e dove rischi di essere dissanguato dalle zanzare tigre o beccato da un gabbiano che ti ha scelto come dessert dopo il lauto pasto consumato in un cassonetto strapieno. Siccome non vogliamo fare la fine dei protagonisti de Gli Uccelli di Hitchcock, con grande sagacia ci si accomoda nella sala interna.

– La prima cosa che mi colpisce è l’affabilità e simpatia dei due chef e, in particolare, della sommelier che appena svuoto il bicchiere me lo riempie nuovamente in un nanosecondo. Sono dettagli che conquistano sempre un vecchio ubriacone come il sottoscritto.

– Cosa cerca di scoprire un uomo scontatamente mediocre come me leggendo il menu di Acacie e Pepe? Se fanno la pasta cacio e pepe, ovvio. Si, la fanno. Potete dormire sonni tranquilli anche voi adesso. Dopo essermi tolto questo dubbio da anziano in andropausa, passo finalmente a leggere il resto del menu. Alcuni piatti propongono accostamenti azzardati, un po’ come mettere una cravatta su una canottiera. In fondo fare il food critic significa anche fare un po’ da cavia. Di oltre 100 chili, ma pur sempre cavia.

– Se avete voglia di baccalà come Mandrake in Febbre da Cavallo, vi consiglio di provare i bocconcini con gazpacho. Magari due porzioni, perché con una riesci a malapena a capire se è cotto o crudo.

– Arriva il secondo antipasto, quello apparentemente più rischioso, quello che unisce due mondi lontani che manco curva sud della Roma e curva nord della Lazio: il cannolo romano, ovvero un cannolo siciliano con ripieno di coda alla vaccinara. L’idea mi fa rabbrividire come un paio di occhiali di Cristiano Malgioglio, ma nonostante la mia iniziale reticenza lo mangio con avidità e sbavo come un molosso. Semplicemente fantastico, con un unico difetto: il cannolo è formato mignon. Io invece ne vorrei uno grosso come un bazooka.

– Altro cicchetto imperdibile è il millefoglie di lingua. Buonissimo, anche se la salsa verde è un po’ troppo delicata per i miei gusti: ci avrei aggiunto un quantitativo di aglio tale da farmi sfrattare a un tavolo all’aperto con vista cofani.

– Con lo spaghetto aglio (eccolo!), olio di baccalà, peperone crusco e bottarga (a scaglie, non in polvere) si continua a fare sul serio, sia come sapori che come quantitativi che riescono a sfamare il verme solitario che alberga in me. Buonissimi!

– La pasta al ragù d’estate (ovvero con tutti gli ingredienti del ragù crudi e impiattati separatamente) mi lascia invece perplesso, anche se rappresenta una buona soluzione nel caso mi dovessero tagliare il gas a casa per morosità.

– Il polpo morbido croccante (un ossimoro o, più propriamente, una supercazzola) con crema di patate al limone, sedano e carote marinati mi riporta alla mente il mio recente viaggio in Portogallo, dopo il quale ho giurato a me stesso che non avrei più mangiato quel dannato cefalopode per almeno due lustri. Commetto poi lo sbaglio di aggiungere troppa polvere d’oliva al piatto, rendendolo talmente salato che ho la sensazione di essermi tuffato nel Mar Morto a bocca aperta.

– Il filetto di maiale con variazione di melanzane e cacao è più convincente ma non convince gli altri al mio tavolo. Mi sentirò costretto a ripulire anche i loro piatti.

– Come dolce ci portano un semifreddo al mango, coulis di lamponi e crumble di mandorle. Per sapere cosa ho mangiato, ho prenotato un corso intensivo di lingue straniere. In attesa del corso, Google Translate traduce coulis in boiacca e crumble in crollo. Cado definitivamente in uno stato confusionale acuto e stavolta non per colpa del vino.

– La serata si conclude bevendo degli ottimi liquori allo zenzero e al melograno all’esterno del locale, dove i cofani delle auto si rivelano finalmente utili per appoggiare i bicchieri vuoti. Torno a casa con la stessa andatura caracollante dei cinghiali avvistati a Roma Nord. Ho anche rischiato di cadere dentro a una buca dei lavori in corso. Ma sono ancora troppo giovane per andare a controllare così da vicino i cantieri e per morire prima della mia terza cena stampa.