Il vino italiano si valorizza online, soprattutto su Instagram

31 Luglio 2019

I primi risultati dell’evoluzione digitale hanno cominciato a sfoggiare numeri e statistiche anche nel vasto panorama del mondo vinicolo italiano. Sempre più aziende vinicole puntano su e-commerce per promuovere il Made in ItalyUn modo di comunicare al passo con i tempi che ha legato la specificità del Made in Italy alle esigenze e alle aspettative dei consumatori. Il risultato? Sempre più vitigni autoctoni al centro della content strategy, un utilizzo più mirato dei canali social e la crescita dell’efficace strumento dell’e-commerce. Questo è quanto è emerso dalla sesta edizione della ricerca condotta da Omnicom PR Group Italia – società di consulenza strategica in comunicazione attiva dislocata in ben 30 Paesi – che ha analizzato la presenza e le attività online delle prime 25 aziende vinicole italiane per fatturato secondo l’indagine Mediobanca 2019, confrontando i risultati con i trend rilevati dal 2014. In vetta alla classifica 2019 troviamo Frescobaldi, seguito da Mezzacorona e da Masi Agricola al terzo posto.

Sono molti i dati che colpiscono e che difficilmente possono passare inosservati. Come ha affermato Massimo Moriconi (General Manager e A.D. di Omnicom PR Group Italia): “L’edizione 2019 della nostra ricerca evidenzia trend interessanti come la crescita delle aziende che hanno un e-commerce proprietario, passate in 12 mesi da 3 su 25 a 6 su 25. Interessante perché è il segnale della volontà di non lasciare a terze parti la relazione col cliente nell’ultimo miglio della transazione e nel post-vendita. Inoltre, questo è un aspetto rilevante per scongiurare che alcune tipologie di prodotti vengano – nel tempo -ridotte a commodity dalle piattaforme di e-commerce generaliste”. Il social più produttivo per le aziende è InstagramNello specifico, l’analisi approfondita dell’utilizzo dei canali social ha evidenziato una crescita di Instagram con un incremento di follower del 71% rispetto al 2018: basti pensare che oggi su 25 aziende ben 17 hanno un account ufficiale su questo social. Discorso diverso per Facebook in cui la percentuale di user experience rimane costante, con un miglioramento però sulla frequenza di aggiornamento settimanale delle pagine ufficiali (72% delle cantine nel 2018 contro l’84% del 2019). Agli ultimi posti troviamo YouTube e Twitter che poco si prestano allo storytelling vinicolo. Come anche la totale assenza di Podcast che potrebbero rivelarsi invece strumenti decisamente utili.

Certo è che una degna comunicazione digital non può prescindere dal fine ultimo, ossia l’incremento delle vendite di un determinato prodotto. Raccontare i vitigni autoctoni interessa i followerÈ per questo che la maggior parte delle aziende vinicole analizzate si sono dotate di un e-commerce proprietario con l’obiettivo non solo di guidare il consumatore lungo tutto l’iter di acquisto, ma anche di far scoprire prodotti affini, legati alle eccellenze del territorio. Per raccontare in modo efficace la propria terra e la qualità del vino prodotto, le aziende hanno iniziato a menzionare i vitigni autoctoni, approfondendone in vari casi le caratteristiche e i metodi di recupero e di utilizzo. Un racconto che diviene esperienza diretta attraverso percorsi di degustazione (adottati da 13 cantine su 25) e suggerimenti legati al meglio che ciascun territorio può offrire a livello turistico. Una diffusione trasversale e capillare di informazioni e spunti che recentemente ha interessato anche il trend del food pairing, ossia dell’abbinamento vino-cibo, seguito da 10 aziende su 25.

E ancora, iniziative di responsabilità sociale e sostenibilità ambientale quali nuovi contenuti di questa comunicazione digitale del Made in Italy. Una narrativa che si pone, tra gli altri, lo scopo di sensibilizzare su tematiche quali: certificazioni, energia sostenibile e utilizzo dei pesticidi. Tuttavia, nonostante le notevoli potenzialità di diffusione del mercato vinicolo italiano, è emerso che le aziende preferiscono comunicare principalmente in italiano con contenuti in lingua straniera (soprattutto inglese) proposti da meno della metà, di cui solo una piccola parte (circa 5 aziende) si rivolge direttamente ai mercati esteri.