Ein Prosit 2019: gli chef che portano il mondo a Udine

17 Ottobre 2019

L’edizione 2019 di Ein Prosit, dal 24 al 28 ottobre a Udine, vede protagonisti tantissimi chef, aumentati numericamente in maniera esponenziale rispetto alle scorse edizioni: quest’anno sono circa 60 in totale. Tra questi, sono presenti per la prima volta tanti chef stranieri, da tutto il mondo, proprio per la volontà dell’evento di aprirsi all’accoglienza e al confronto tra culture diverse. Non mancano le donne le quali, pur essendo in minoranza, sono comunque ben rappresentate. E dunque conosciamo meglio gli chef stranieri di Ein Prosit 2019.

  1. Maksut Askar (chef del ristorante Neolokal di Istanbul, Turchia). Nella sua esperienza ha cercato di svolgere un’accuratissima ricerca di prodotti, ricette e tradizioni turche che stavano sparendo. Il suo progetto si riassume nel nome del locale, Neolokal: proteggere, insieme a tutta la sua brigata, la cultura e la cucina dell’Anatolia, la quale si rivela in ricette della tradizione riadattate ai tempi attuali.
  2. Joris Bijdendijk (chef del ristorante Rijks di Amsterdam, Olanda). La sua cucina è fedele al luogo che lo ospita, rispolverando la cucina tradizionale più negli ingredienti che nelle ricette vere e proprie. Abilissimo nel trattare i vegetali, cosa nota anche a livello internazionale e che si rispecchia pienamente nel suo menu verde.
  3. Tim Butler (chef del ristorante Eat Me di Bangkok, Thailandia). Chef-viaggiatore americano, aperto al mondo e al confronto. La sua carriera inizia negli Stati Uniti nei grandi ristoranti. La svolta più importante coincide con il trasferimento a Bangkok, dove ha aperto una serie di locali: Eat Me, Bunker ed Essenzi. La sua è la cucina di un giramondo che fonde la (sua) cultura occidentale con i prodotti e le tradizioni del luogo che lo ospita. Una cucina vivace e colorata.
  4. Christophe Hardiquest (chef del ristorante Bon-Bon di Woluwe Saint Pierre, Belgio). Cuoco belga che apre il suo primo ristorante con poche risorse in un ex negozio di mobili. In poco tempo riesce ad attirare l’attenzione grazie alla sua grande abilità e alla sua particolare cucina, che si basa sull’improvvisazione e sulla creatività, con una grande attenzione alle tradizioni belghe, anche quelle meno conosciute.
  5. Zaiyu Hasegawa (chef del ristorante Den di Tokyo, Giappone). Zaiyu è riuscito ad aprire la cucina giapponese al resto del mondo, svelandone il lato divertente, nonostante l’estremo rigore che la contraddistingue. Partendo da un’impostazione di cucina kaiseki, Hasegawa propone una cucina strettamente legata al ciclo stagionale. Uno degli chef più amati nella 50 Best, sia a livello mondiale, sia per l’Asia.
  6. Anatoly Kazakov (chef del ristorante Selfie di Mosca, Russia). Giovane chef tra i protagonisti della nuova evoluzione della cucina russa, molto vicino alla mentalità mediterranea grazie alla gavetta fatta da Gualtiero Marchesi, da cui ha appreso e fatto sua una grande attenzione per la tradizione e per i prodotti locali, lavorati però con tecniche moderne di preparazione. È impegnato ormai da diversi anni per rafforzare e valorizzare la rete dei piccoli artigiani, tra produttori, coltivatori e pescatori della sua zona, con i quali collabora per l’approvvigionamento delle materie prime.
  7. Alberto Landgraf (chef del ristorante Oteque di Rio De Janeiro, Brasile). Landgraf ha aperto Oteque dopo importanti esperienze da Pierre Gagnaire e Gordon Ramsay. La sua cucina racconta le sue origini e la sua formazione, omaggiando in maniera netta e decisa la cultura del Paese che lo ospita. Nei suoi piatti si percepiscono chiaramente il rigore giapponese, l’accademia francese e l’istinto sudamericano.
  8. Virgilio Martinez (chef del ristorante Central di Lima, Perù). Lo chef peruviano simbolo della gastronomia latino-americana. La sua cucina è sempre molto attenta alla biodiversità: ogni menu è infatti incentrato sui diversi microclimi del Perù e del Sud America. Una proposta unica, che spazia sul tema delle materie prime autoctone, che possono provenire dal mare fino a giungere all’alta montagna, con tutte le differenze che ne conseguono.
  9. Vladimir Mukhin (chef del ristorante White Rabbit di Mosca, Russia). È nel ristorante di famiglia che si è avvicinato, già molto giovane, al mondo della cucina. Il suo lavoro parte da un’approfondita ricerca delle antiche ricette tradizionali russe, sugli ingredienti utilizzati e sulle abitudini gastronomiche tipiche del suo territorio, recuperando tradizioni in via di estinzione.
  10. Alain Passard (chef del ristorante L’Arpège di Parigi, Francia). Uno dei guru storici della cucina internazionale di matrice francese. Nel 1986 inizia la fortunata avventura del suo ristorante e nel 1996 ottiene la terza stella Michelin. 20 anni fa decide di eliminare le carni dai suoi menu: inizia così ad applicare le modalità di cottura delle carni ai vegetali, confermandosi come vero artista della cucina vegetariana.
  11. Wicky Priyan (chef del ristorante Wicky’s di Milano). Originario dello Sri Lanka, volto noto della ristorazione etnica milanese, si è formato professionalmente all’estero e in locali milanesi di cucina giapponese di alto profilo come Nobu e Zero Contemporary Food. Si appassiona alla cucina di tradizione nipponica così tanto da avviarne una sua personale interpretazione con ingredienti mediterranei. Il Mediterraneo è protagonista assoluto in una serie di abbinamenti incrociati come non si vedono spesso, indovinati e armoniosi.
  12. Matias Perdomo (chef del ristorante Contraste di Milano). A Milano da circa vent’anni, uruguayano di origine. Il suo lavoro si fonda su ricerca e utilizzo di materia prima italiana in abbinamento all’estro, al colore e alla vivacità della tradizione sudamericana. La sua è una cucina fatta di sapori intensi e forme articolate. 
  13. Yoji Tokuyoshi (chef del ristorante Tokuyoshi di Milano). Giunto in Italia per formarsi nella cucina del nostro Paese, si è trovato nientemeno che all’Osteria Francescana di Massimo Bottura, di cui è stato sous-chef per 10 anni. Oggi è a Milano dove ha aperto il ristorante Tokuyoshi. Riesce a completare le sue origini giapponesi nella struttura nostrana, esprimendosi in una cucina italiana contaminata nel miglior senso possibile.
  14. Ana Roš (chef del ristorante Hisa Franko di Kobarid, Slovenia) è una cuoca autodidatta, esponente di spicco della rivoluzione gastronomica slovena dell’ultimo decennio, che fonda la sua cucina sulla tradizione di confine giocata sull’istinto e basata su territorio, stagione e la personalità della chef. La sua cucina è è massima espressione di un territorio ancora poco esplorato ma con potenzialità davvero impressionanti.
  15. Manoella Buffara (chef del ristorante Manu di Curitiba, Brasile). Manoella è una cuoca davvero virtuosa, la più promettente emergente del Sud America. Ciò che la contraddistingue è la cultura dell’eco-sostenibilità, tipica dello stato di Paranà, dove è nata e dove vive. Ed è proprio su questa cultura che si fondano le basi della sua cucina: le materie prime sono esclusivamente provenienti dai produttori della Foresta Atlantica. Manoella svolge anche un importante lavoro nella creazione di orti urbani nei quartieri abbandonati della sua città.