Rece Rock: Ba’ Ghetto a Roma

18 Novembre 2019

Come può facilmente intuirsi dal mio fisico a giara, io mangio di tutto. Davvero di tutto. Tranne una cosa: i carciofi. Per me sono come la kryptonite per Superman, come un drink analcolico per Charlie Sheen, come una montatura di occhiali nera per Lina Wertmuller, come uno sbarco di migranti per Salvini. A Roma in particolare, il suddetto ortaggio è considerato sacro quasi quanto il fico ruminale. nonostante l'avversione (temporanea) per i carciofi, l'esplorazione culinaria del ghetto di roma è d'obbligo E, se non ami i carciofi, devi sicuramente girare alla larga dal Ghetto Ebraico di Roma, perché li troverai esposti ovunque e ci sarà sempre qualcuno che te li offre insistentemente come la droga al Pigneto. Ma se è Agrodolce a chiedermi di andare ad affrontare questa sfida, io non mi tiro indietro. Passeggiare in questo meraviglioso scorcio romano è sempre piacevole, sembra di entrare in un piccolo mondo a parte dove puoi incontrare moltissimi uomini che indossano il tipico ‘kippah’, il piccolo copricapo circolare. Io ho il capoccione (taglia 62) e una folta capigliatura riccia: se fossi di religione ebraica, il kippah dovrei ricavarlo dalla calotta di un paracadute. Ba’ Ghetto (via del Portico d’Ottavia, 57) si trova a pochi metri dal Portico d’Ottavia (uno splendido complesso monumentale risalente al II secolo d.C.), sull’omonima via dove sorgono numerosissimi ristoranti e trattorie, più o meno famosi, più o meno buoni, più o meno turistici. E tutti più o meno kosher. Non andate su Google a cercare cosa significhi, l’ho fatto prima di voi e vi risparmio la fatica: un alimento si definisce kosher se può essere consumato da un ebreo osservante e se è conforme alle leggi della Torah. Alcune regole sono molto dettagliate e specificano anche le modalità di macellazione degli animali.

– Prima che vi addormentiate leggendo l’articolo, vado al sodo. Entro nella sala interna del ristorante e mi accoglie Max, efficiente e goliardico caposala, che mi prende subito in simpatia e con cui scambierò battute tutta la sera.

– Da bere mi viene consigliata e portata una bottiglia di Hermon, un buon vino rosso della Galilea. Lo scolo frettolosamente in modo da arrivare con spavalderia alla scelta del primo antipasto: il temutissimo carciofo. Prendo quello classico alla Giudia che, bisogna dirlo, ha l’aspetto di un sigaro spento schiacciandolo col piede sulla strada.

– Il sapore per fortuna non ricorda un toscanello, è molto buono e riesce nell’impresa di convertirmi. Non all’Ebraismo, non troverei mai un kippah della mia misura, ma al carciofo. Praticamente mi sento l’erede spirituale di Ernesto Calindri.

– Il secondo antipasto consiste in 5 falafel con hummus di ceci, tahini di sesamo e babaganush di melanzana. I falafel sono abbastanza anonimi ma le creme sono da urlo, tanto che uso tutto il pane e il suo incartamento per fare una scarpetta talmente veemente che ancora oggi mi fanno male i bicipiti.

– Max, vedendomi contento come Jovanotti quando riesce a pronunciare correttamente una s, mi consiglia di prendere un primo fuori menu: le pappardelle fatte in casa al ragù di agnello. Squisite e abbondanti. Controllo il calendario, mi assicuro che la Pasqua sia sufficientemente lontana da poter rimandare i miei sensi di colpa verso la giovane e tenera pecora.

– Qui da Ba’ghetto ho la possibilità di togliermi un altro sfizio: provare la carbonara dove il guanciale è sostituito da carne secca di manzo e anatra. Come sicuramente saprete, gli ebrei possono mangiare solo carni di animali che abbiano lo zoccolo fesso (ovvero divisi da una fessura) e che siano ruminanti. Il maiale non rumina, il cavallo non ha lo zoccolo fesso e il coniglio è fesso e basta. Nonostante io sia di scuola orwelliana e consideri il suino un leader insostituibile, ho comunque mangiato volentieri questo piatto. Per l’ultima volta nella mia vita, sia chiaro.

– L’abbacchio al forno, accompagnato da patate e songino, è uno dei più buoni e teneri che abbia mai mangiato in vita mia. Ricontrollo il calendario, mi assicuro nuovamente che la Pasqua sia sufficientemente lontana da poter rimandare, ancora una volta, i miei sensi di colpa per la strage di giovani ovini che si sta consumando. Nel frattempo, cerco anche di trovare risposta a un quesito che mi pongo da una vita: non sarebbe meglio usare il songino solo come pianta decorativa?

– Sono quasi sazio ma, una volta garantitomi che il vicino ospedale Fatebenefratelli abbia a disposizione una sala per lavande gastriche, chiedo di poter assaggiare anche le animelle saltate in padella con carciofi e la coratella all’antica con cipolla. Nonostante la presenza del solito songino, il piatto è fantastico. Anche se il mio alito ora è paragonabile all’olezzo che solo una passeggiata sulle rive del vicino Tevere può eguagliare.

– Sono ormai appesantito come se avessi una sacchetta di cemento Fassa Bortolo sotto la maglietta. Max, vedendomi assolutamente impossibilitato a scegliere il dolce, decide di portarmi tre fette grosse come laterizi romani di tre crostate diverse: una alla ricotta e visciole, una alla confettura di fichi e noci, un’altra alla marmellata di arance.

– Finisco tutto e, mentre boccheggio come una triglia appena pescata, mi dicono che i dolci sono senza lattosio e quindi più leggeri. Questo probabilmente spiega perché io sia ancora vivo e possa raccontarlo. Successivamente scopro che il latte, secondo i dettami della religione ebraica, non può essere consumato insieme alla carne. Condivido, d’altronde non arriverò mai a inzuppare una coscia di pollo nel cappuccino.

– Lo staff del ristorante mi saluta calorosamente e col rispetto che si riserva a un maratoneta che ha appena tagliato il traguardo dei 42 chilometri. Appena fuori dal locale, chiamo orgoglioso mia madre per dirle che finalmente, alla veneranda età di 47 anni, ho iniziato ad apprezzare i carciofi. Lei mi insulta perché nella vita me ne ha cucinati un migliaio inutilmente e riaggancia. E, visto che non potrò contare su di lei, tornerò sicuramente da Ba’ghetto: devo solo ricordarmi di non farmi venire voglia di carciofo il venerdì sera o il sabato a pranzo, perché è chiuso per lo Shabbat.