Tradotto per voi: le app di delivery sommergono di plastica la Cina

28 Novembre 2019

L’articolo originale “Food delivery apps are drowning China in plastic” compare sul New York Times. Un articolo di denuncia sull’aumento dell’inquinamento da plastica a causa delle applicazioni dedicate al food delivery: l’abbiamo tradotto per voi.

I noodles e il barbecue arrivano nel giro di 30 minuti, ma le scatole nei quali arrivano vanno ancora in giro centinaia di anni dopo. Ci sono buone probabilità che il lascito più duraturo del boom di internet in Cina non sarà quello dei complessi di uffici di vetro e acciaio o degli appartamenti di lusso per l’elite tecnologica. Sarà la plastica. La crescita astronomica delle app di consegna a domicilio in Cina sta inondando il paese di scatole da take away, posate e buste di plastica. E il frammentario sistema di riciclaggio dei rifiuti adottato dal Paese non ce la fa a smaltire tutto. La maggior parte di questa plastica finisce scartata, sepolta o bruciata con il resto dell’immondizia, stando a quanto dicono i ricercatori e i riciclatori.

Gli scienziati stimano che il settore delle consegne a domicilio è stato responsabile nel 2017 di 1.6 milioni di tonnellate di rifiuti, almeno nove volte in più rispetto a solo due anni prima. Nel totale si vanno a sommare 1.2 milioni di tonnellate di contenitori di plastica, 175.000 tonnellate di bastoncini usa e getta, 164.000 tonnellate di buste di plastica e 44.000 tonnellate di cucchiai di plastica. Messi assieme ammontano a più dell’immondizia residenziale e commerciale di tutti i tipi smaltita ogni anno dalla città di Philadelphia, che nel 2018 ha scartato un totale stimato di 2 milioni di tonnellate.

In Cina le persone generano meno rifiuti plastici pro capite degli americani. Ma i ricercatori stimano che quasi tre quarti dei rifiuti plastici cinesi finiscono nelle discariche mal gestite oppure all’aperto, dove è più facile che arrivino al mare. riciclare i contenitori take away necessita che questi siano lavati prima Nelle acque degli oceani mondiali entra più plastica dalla Cina che da ogni altro paese. E in acqua la plastica impiega secoli a disintegrarsi. Chi si occupa di riciclare i rifiuti, in Cina, cerca di recuperare una parte di questa plastica e di trasformarla in una forma utilizzabile dalle fabbriche del paese. La Cina ricicla quasi un quarto della sua plastica, dicono le statistiche governative, rispetto a meno del 10 per cento come avviene negli Stati Uniti. In Cina, però, i contenitori da take away non finiscono tra le cose da riciclare. Andrebbero prima lavati. E pesano così poco che chi rovista tra i rifiuti deve accumularne grossi quantitativi per poterli rivendere a chi ricicla. “Mezza giornata di lavoro per poche monetine. Non ne vale la pena”, dice Ren Yong, uno spazzino quarantenne che lavora in un complesso di edifici adibiti a ufficio al centro di Shanghai.

Per molte persone che lavorano troppo o più semplicemente sono pigre, nella Cina urbana,  le due piattaforme principali di consegna a domicilio, Meituan e Ele.me stanno rimpiazzando il cucinare in casa e il mangiare fuori come metodi preferiti di procacciarsi nutrimento. La consegna non costa molto e le app offrono sconti generosi, le app stanno rimpiazzando la cucina casalinga al punto che ormai sembra una cosa normale ordinare una tazza di caffè a domicilio. Ma Yuan Ruqian sa che non è così. Eppure anche lei ha ceduto. Come quella volta che aveva voglia di gelato e un negozio che aveva aperto vicino casa sua le sembrava comunque troppo lontano da raggiungere. O tutte le volte che ordina cibo a portar via per pranzo, come capita quasi tutti i giorni. Quando le abbiamo fatto domande su quanta immondizia genera, la signorina Yuan, ventisettenne, che lavora nel mondo dell’alta finanza a Shanghai, ci ha risposto che la pigrizia è la radice di ogni male.

La vita quotidiana ha subito una trasformazione repentina. Meituan ha dichiarato di aver consegnato 6.4 miliardi di ordini nel 2018, un aumento del 60 per cento rispetto all’anno precedente, per una valore totale di circa 42 miliardi di dollari, che porta il costo medio degli ordini a circa 6.50 dollari – una somma giusta per un pasto decente in una grossa città cinese. Ele.me – il nome significa “Hai fame?” e si pronuncia “Ulumu” – non ha rivelato nulla. Ma stando agli analisti della iResearch, nel 2018 tutte le app assieme hanno consegnato ordini per un totale di 70 miliardi di dollari. Per fare un paragone, le consegne di cibo generate online negli Stati Uniti nel 2019 si prevedono ammontare a 19 miliardi di dollari, stando a Satista. Uber ha dichiarato che Uber Eats ha generato ordini per un totale di 7.9 miliardi di dollari in tutto il mondo lo scorso anno. GrubHub ha riportato vendite per 5.1 miliardi di dollari e 159 milioni di ordini nel 2018, portando l’ordine medio a 32 dollari.

Nel resto del mondo, la convenienza di questi servizi porta con sé costi che può essere facile trascurare, come le varie controversie sindacali, o le strade che diventano più pericolose per via dell’ampio traffico generato dai corrieri del cibo che sfrecciano a tutta velocità sui loro motorini. E anche i rifiuti plastici sono ignorati allo stesso modo, anche quando sono generati e poi malgestiti su una scala così imponente. Proviene dalla Cina un quarto di tutta la plastica che nel mondo è scaricata all’aperto. Gli scienziati stimano che nel 2015 il fiume Yangtze abbia scaricato in mare 367.000 tonnellate di plastica, più di qualsiasi altro fiume del mondo, un quantitativo doppio rispetto a quello scaricato dal Gange in India e in Bangladesh. In Cina si trovano anche il terzo e il quarto fiume più inquinati del mondo.

Le app di consegna a domicilio incoraggiano indirettamente i ristoratori a utilizzare più plastica, e chi tra questi ultimi in Cina fa affari tramite Meituan e Ele.me dice di dipendere così tanto dai voti degli utenti da preferire l’utilizzo di contenitori più pesanti e di uno strato ulteriore di plastica a una potenziale pessima recensione perché del cibo si è riversato fuori. “Meituan si impegna seriamente a ridurre l’impatto ambientale del cibo consegnato a domicilio”, ha dichiarato la compagnia, alludendo a una serie di iniziative intraprese, come quella di permettere agli utenti di non richiedere le stoviglie usa e getta. Ele.me, invece, una sussidiaria del titano dell’e-commerce asiatico Alibaba, non ha commentato.

Questo diluvio universale di immondizia non sarebbe un problema così grande se la Cina non fosse nel mezzo di uno sforzo monumentale, anche se mal diretto, di rimettere in sesto il suo sistema di riciclo dei rifiuti, che per lungo tempo, nel paese, non è stato regolamentato, e che era motivato, più che da virtù ecologiste, dall’occasione di estrarre risorse economiche dai rifiuti. Il governo ora vuole un’industria del riciclo che non rovini l’ambiente o faccia ammalare chi vi lavora. Ma la transizione non sta andando liscia.

La Cina ha di recente stabilito il divieto di importare molti tipi di rifiuti nel paese, nella speranza che i riciclatori si concentrassero sull’immondizia nazionale. Ma questo provvedimento ha ucciso quello che per il settore era un affare redditizio, le città americane sono rimaste senza discariche per la plastica e ha lasciato le città americane sprovviste di discariche per la loro plastica e materiale cartaceo, al punto in cui alcune di queste hanno dovuto interrompere i loro programmi di riciclo. Altre politiche però potrebbero essere responsabili della mancata raccolta di materiale da riciclo dalle case e dagli uffici cinesi. A Pechino, molti di quelli che rovistano tra i rifiuti si sono scontrati con una campagna governativa aggressiva intesa a “migliorare la qualità della popolazione cittadina”, un eufemismo che indica una manovra atta a scacciare i lavoratori immigrati provenienti dalle campagne. Per ripulire l’aria fetida di Pechino, il governo ha serrato la morsa sulle piccole imprese inquinanti della regione della capitale. Gli ispettori hanno fatto chiudere centinaia di piccole officine che processavano e ripulivano rifiuti plastici.

Ma non tutti ne piangono la mancanza. Per anni Mao Da, un ricercatore ambientale, ha studiato l’industria della plastica nella contea di Wen’an vicino a Pechino e ha detto che i lavoratori rovistavano a mani nude tra i rifiuti medici e quelli alimentari, e il materiale non riciclabile era sepolto dentro a fosse dislocate nelle campagne. “Si tratta di una catastrofe per l’ambiente e la salute pubblica”, ha dichiarato Mao. Ma sino ad ora, a queste misure non ha fatto seguito la comparsa di aziende del riciclo a riempire il vuoto creato. Tutto il settore sembra precipitato in un limbo. “C’è meno gente che raccoglie l’immondizia, meno gente che la trasporta e ancora meno persone che la processano”, dice Chen Liwen, fondatore di Zero Waste Villages, un’entità no profit che promuove il riciclo nella Cina rurale. “E così il tasso di riciclo si è abbattuto”.

A Chifeng, una piccola cittadina a nordest di Pechino, Zhang Jialin sta tirando le somme della sua attività di riciclo. Per anni, assieme alla moglie, ha comprato rifiuti plastici e li ha ridotti in piccole particelle. Ma oggi le autorità locali hanno aumentato il numero dei controlli e ha stabilito di demolire la strada dove abitano i coniugi. Lui e altri riciclatori credono che il motivo sia da ritrovarsi nell’antiesteticità delle loro officine. L’amministrazione di Chifeng si è rifiutata di commentare. “Quello che faccio è proteggere l’ambiente”, ha detto il singor Zhang, quarantacinquenne. “Non lascio i rifiuti sparpagliati ovunque., li raccolgo. Li preparo al riciclo. Li lavoro e li pulisco. Perché, allora, le autorità mi hanno preso di mira come se fossi io quello che danneggia l’ambiente? È questo che non capisco”.

Traduzione a cura di Paola Porciello.