Siamo stati da Immorale, il nuovo ristorante che sta facendo impazzire Milano

29 Novembre 2019

Sold out per 15 giorni. 500 telefonate in un giorno. Zero disponibilità anche al martedì sera. Se vi ricorda qualche posto a Milano (Trippa, anyone?), ci avete azzeccato. Ma non è quello: parlo di Immorale (via Lecco, 15), nato allo stesso indirizzo dell’ormai defunto Forno Collettivo. Complici anche gli articoli usciti nelle ultime settimane su due dei più letti siti di ristoranti a Milano, il locale è esploso ed è letteralmente sulla bocca di tutti.

Perché tanto clamore? Forse è la formula del come vi pare, con un menu in cui non esistono divisioni, non ci sono antipasti-primi-secondi, ma solo piatti. Forse è che – personalmente – ricorda a un certo livello Nebbia (il mio ristorante preferito di Milano), ma con prezzi ancora più accessibili. Forse è solo che il menu è pieno di pietanze che fanno venire voglia di mangiare, come dovrebbe essere in ogni buon locale. L’ambiente conserva i mattoni a vista di Forno Collettivo e la metratura ridotta: i tavoli occupano ogni angolo, anche sotto al bancone. Mangerete gomito a gomito, ma non sarà spiacevole, perché il servizio è talmente premuroso e puntuale da far dimenticare gli spazi ristretti. Se vi siete appassionati al vino naturale, qui avrete calici su calici da sperimentare.

Insieme al mio commensale peschiamo dal menu tutto ciò che ci ispira. Mentalmente continuiamo a dividere i piatti in categorie, un errore perdonabile ma pur sempre un errore, che mi porterà a non scegliere l’invitante Crescia di Urbino con crescenza, pecorino stagionato e verza, a favore di una pietanza meno riuscita a base di cavolfiore. Iniziamo con un piatto già diventato imprescindibile: Scarpetta col ragù dell’aia.

Per raccogliere quel bel sugo tirato e scuro a base di pollame, c’è dell’ottimo pane croccante, ideale anche con il ciauscolo Re norcino, quasi una crema morbida di carne di maiale e aglio. La proposta di formaggi è ridotta ma curata, e cambia spesso.

Diverse lodi si sono spese per lo Spaghetto quadro alla poraccia, un piccolo ed economico piatto di spaghetti dalla sezione quadrata, serviti al dente con abbondante parmigiano e – in questa versione – con un sugo a base di cipolla e foglie di timo fresco. Sicuramente buono, ma lo scettro di primo da ordinare senza remore lo conquistano gli Gnocchi di patate tostati con formaggio di fossa degli amanti.

Ricordano gli gnocchi alla parigina, resi croccanti all’esterno da un passaggio in padella e cosparsi da una dose generosa di burro e riccioli di formaggio: squisiti.

Il mio Cavolfiore arrosto, burro, nocciole, alacce e albicocche secche è buono, ma risulta un po’ slegato (e anche troppo bruciacchiato in alcuni punti). Mi piace comunque l’idea del cavolfiore protagonista del piatto, apprezzo la sua carnosità e dolcezza. Piaciona la Quaglia con pancetta, porri e fichi senapati.

Chiudere senza un dessert mi è quasi fisicamente impossibile e del resto un ristorante va provato fino in fondo. La Pavlova con crema di mascarpone alla vaniglia e mela cotogna è una coccola (ma non servitela con il cucchiaio). Soffice e ariosa la Chiffon cake al tè hoji, con panna montata senza zucchero e crema di zucca al mistrà. Con due calici di vino, il conto ammonta a meno di 35 euro a persona. In zona Porta Venezia abbiamo visto di molto peggio e senza altrettanta soddisfazione. Torneremo.