Tradotto per voi: non chiamatelo Darjeeling, è tè nepalese

9 Gennaio 2020

L’articolo originale “Don’t Call It Darjeeling, It’s Nepali Tea” di Max Falkowitz compare sul New York Times. Con il suo breve saggio l’autore esplora una rivoluzione che riguarda il tè e i coltivatori nepalesi: l’abbiamo tradotto per voi.

Nel 1848, la British East India Company assegnò una missione al botanico Robert Fortune: trafugare dalla Cina degli arbusti vivi, contravvenendo agli editti restrittivi dell’Imperatore, per trapiantarli ai piedi delle alture himalayane del Bengala occidentale, il darjeeling è definito lo champagne dei tè allo scopo di propagare una nuova industria del sotto il controllo britannico. L’operazione richiese lunghi anni. Le piante inizialmente non reagivano bene al terreno indiano a seimila piedi sopra il livello del mare. Verso la fine del diciannovesimo secolo, le piantagioni di Darjeeling producevano alcuni tra i più grandi tè del mondo: miscele vibranti che incorporavano tutti i frutti e i fiori di vaste distese di prati e una ariosità raffinata che faceva da netto contrasto alla corposità robusta dei tè delle pianure indiane. Il Darjeeling guadagnò in fretta il soprannome di champagne dei tè e sulla scia della ritirata inglese dalle colonie, la sua fama crebbe smisuratamente.

Ma oggi il Darjeeling sta soffrendo. Un secolo e mezzo di rigide politiche agricole ha avuto ripercussioni negative sul terreno e la virata verso metodi di coltivazione organica per fare fronte alla richiesta crescente è molto costoso.il tè nepalese sta rapidamente prendendo piede  Il fascino prestigioso di una carriera nelle piantagioni, che per gli indiani cresciuti nel sistema coloniale era tradizionalmente molto ambita, sta perdendo il suo lustro e decenni di dispute sindacali e conseguenti scioperi sono arrivate a dimezzare drasticamente i raccolti. A poche ore di distanza dal confine, però, la comunità del tè nepalese è sull’orlo di una rivoluzione incentrata sulla preziosa foglia. I coltivatori stanno piantando gli arbusti sui campi ripidi di alta quota che hanno fatto guadagnare al Darjeeling la sua reputazione. I coltivatori più intraprendenti e i proprietari di fabbriche, non più aggravati dal bagaglio dell’epoca coloniale, stanno sviluppando nuovi notevoli stili di tè a un decimo del prezzo, usando arbusti più giovani e più vigorosi che in un terreno più ricco crescono rigogliosi senza impedimenti.

Non troverete di certo tè nepalesi negli Starbucks, ma nelle boutique specializzate e nei negozi online nordamericani ed europei, che si dedicano alla scoperta e alla diffusione di tè rari provenienti da regioni desuete, stanno diventando sempre più popolari e richiesti. “Il Nepal e il Darjeeling sono molto vicini, ma il tè nepalese ha una serie di caratteristiche uniche che lo rendono brillante”, dice Jeni Dodd, 48enne, una compratrice americana, consulente di varie sale da tè e caffetterie, che vive in un appartamento in affitto a Kathmandu, capitale del Nepal, dove trascorre molti mesi l’anno. “Non hanno alcuna astringenza o amarezza. Sono corposi ma restano perfettamente godibili”.

Una leggenda racconta che nel 1863 l’imperatore cinese Daougang diede in dono al primo ministro nepalese, Junga Bahadur Rana, delle piante di tè: i registri dell’epoca riportano che il distretto più orientale, quello di Ilam, vicino al confine indiano, iniziò la produzione poco dopo la creazione delle piantagioni di Darjeeling. Storicamente le foglie degli arbusti nepalesi erano tritate grossolanamente e preparate in miscele di tè nero intese a uso domestico che erano esportate nel mercato della grande distribuzione indiana. Le selezioni più ortodosse di foglie intere erano vendute ai mercanti indiani, che le vendevano ai grossisti etichettandole come tè Darjeeling. Anche oggi il quantitativo di tè venduto come Darjeeling supera di quattro volte la resa delle 87 piantagioni protette della regione.

Quando i due fratelli Bachan e Lochan Gyawali crearono la Jun Chiyabari Estate nel distretto nepalese di Dhankuta agli albori del 2000, l’ultima cosa che avevano in mente era quella di scimmiottare i giardini di Darjeeling che sorgevano ad appena 150 miglia di distanza. “Il Nepal è sempre stato visto come un cugino povero del Darjeeling”, dice Bachan, oggi 57enne, “e quando parlavamo con i compratori di tè, ci dicevano sempre che non avevano motivo alcuno di comprare un tè come quello dal Nepal, visto che il Darjeeling sarebbe sempre rimasto il Darjeeling”.

La tradizione e le richieste del mercato hanno standardizzato la produzione di Darjeeling in stili particolari chiamati flush: le foglie raccolte a inizio primavera sono lavorate in una miscela leggera con echi di pino, mentre le foglie più mature sono raccolte più avanti e usate per una miscela più decisa e fruttata. la produzione di darjeeling è standardizzata in stili chiamati flush Il primo flush di Jun Chiyabari mette in risalto la fragranza dell’aria alpina con vivaci richiami floreali, gli stessi che hanno reso il tè di Darjeeling famoso in tutto il mondo. Ma la vera specialità della piantagione sono le piccole produzioni influenzate dai tè delle regioni dell’Asia orientale quali la Cina e Taiwan. Sotto la direzione dei fratelli Gyawali gli esperti di miscele sono incoraggiati a sperimentare e a creare nuove combinazioni di tè himalayani organici e unici, poi venduti direttamente ai grossisti. I tè nepalesi sono stati infatti banditi dal mercato delle aste indiane. Il risultato è una stagione dopo l’altra di neri corposi, bianchi e oolong, con sapori che si evolvono nell’arco di una dozzina di infusioni e permangono per ore dopo l’ultimo sorso.

Le piantagioni di Darjeeling hanno sperimentato a loro volta con i tè bianchi negli ultimi anni, ma lo stile degli stessi è rimasto però la firma più nota della produzione nepalese. I boccioli bianchi primaverili di Nepali Tea Traders, un importatore di tè del Massachusets dedito esclusivamente al commercio di tè nepalesi per il mercato specialistico, producono una bevanda così unica quanto solo il tè bianco sa essere, che porta l’essenza delle pannocchie estive spalmate di burro, abbastanza decisa da lasciare una vera e propria pellicola sulle labbra. A differenza del tè di Darjeeling, prodotto in piantagioni a loro volte proprietarie della terra, tutti i tè nepalesi crescono in minuscoli appezzamenti di proprietà di agricoltori indipendenti che poi vendono le foglie fresche alle fabbriche. Nepali Tea Traders importa lotti minuscoli di produzione da una fabbrica di Ilam che compra le foglie fresche da una cooperativa di 47 piccoli agricoltori.

L’alto numero di attori sullo scenario economico del paese correlato al tè ha reso l’industria difficile da organizzare, e i critici occidentali del settore pensano che i produttori nepalesi negli anni non siano riusciti a mantenere una qualità costante. sono agricoltori che trattano le loro piante come fossero figlieÈ uno scenario caotico che ricorda da vicino il far west” dice Kevin Gascoyne, proprietario di una boutique del tè a Montreal chiamata Camelli Sinensis, che da 25 anni compra tè direttamente da Darjeeling. “Solo una piccola parte delle piantagioni sta sfruttando la situazione per innovare, ma le altre in realtà sono molto meno evolute. Ci sono raccolti più fortunati che funzionano e altri no”. Rabin Joshi, 36enne co-proprietario di Nepali Tea Traders, la considera però una forza. “Non si tratta soltanto di lavoratori che cercano di sbarcare il lunario”, dice. “Sono agricoltori che trattano le loro piante come se fossero le loro figliole”. L’azienda è stata fondata nel 2012 da Maggie Le Beau, una ex direttrice di marketing che ha ritenuto promettente l’industria del tè nepalese e ha voluto dare ai produttori indipendenti l’accesso diretto al redditizio mercato americano. Joshi e sua moglie Sunita Karmacharya Joshi, entrambi immigrati nepalesi, si sono uniti alla compagnia dopo il terremoto che nel 2015 ha devastato la loro madrepatria. “Donavamo soldi”, dice Joshi, “ma ci siamo resi conto che raccogliere le donazioni altrui non era abbastanza”. La coppia è rimasta affascinata dall’approccio della Le Beau all’impresa sociale e sono diventati co-proprietari nel 2017.

Per Nishchal Banksota, il fondatore 28enne di Nepal Tea del New Jersey, espandere l’industria del tè nepalese e migliorare la qualità della vita rurale vanno a braccetto. Il padre di Banksota, il signor Deepak, l'industria del tè nepalese sta migliorando il suo prodotto e il livello di sofisticazione ha creato e organizzato la prima cooperativa nepalese dedita al tè organico, la Kanchanjangha Tea Estate and Research Center, nel 1984. L’organizzazione paga l’alloggio ai contadini e l’educazione dei loro figli e fornisce loro cibo a prezzi ridotti, un modello che ricorda da vicino le leggi del periodo colonialista che imponevano alle piantagioni di Darjeeling di fornire alloggio e educazione alle famiglie dei braccianti. Si tratta di eccezioni notevoli in una industria globale del tè che di solito si affida al lavoro di migranti mal compensato per il raccolto delle foglie fresche e che offre ai propri lavoratori ben poca protezione. Mentre l’industria specialistica del tè nepalese migliora il suo prodotto e il livello di sofisticazione dello stesso, Banksota e la sua famiglia sono alla ricerca di modi di trasformare il tè del loro paese in un marchio, come già il Darjeeling, senza però dover soccombere alle insidie di una simile operazione. “Siamo nella fase della luna di miele”, dice. Il tè è una bevanda antica, dopo tutto, e anche se i trend si muovono in fretta, rimpolpare e sostenere una industria sostenibile richiede molto tempo. “Se non stiamo attenti, finirà per essere una storia di successo dalla durata molto breve”, dice Bachan Gyawali di Jun Chiyabari. “Per essere sostenibili, non ci si può rilassare, e nei prossimi 50 anni bisognerà lavorare sodo ed essere coerenti”.

Traduzione a cura di Paola Porciello.