5 packaging alternativi alla plastica da adottare subito

21 Gennaio 2020

Oltre la metà degli italiani pensa che l’inquinamento e il degrado ambientale siano molto preoccupanti. E quasi la totalità ritiene che tutti dovremmo impegnarci per ridurre la quantità di rifiuti, anche col rischio di sborsare qualche soldo in più. la plastica è universalmente percepita come altamente inquinante Questi dati emergono da una nuova ricerca di Nielsen, condotta in collaborazione con Novamont su un campione di età compresa tra i 18 e i 65 anni. Stando ai risultati, quasi il 75% degli italiani è disposto a pagare di più un prodotto perché ambientalmente sostenibile o perché lo è la sua confezione. La plastica, infatti, è percepita come altamente inquinante (87%) e la responsabilità del suo utilizzo nel packaging alimentare, sarebbe soprattutto delle aziende produttrici. Per il futuro, rivela ancora la ricerca, gli italiani sono piuttosto propositivi: suggeriscono di usare bioplastiche compostabili/biodegradabili (28%), un ritorno allo sfuso, al vetro e alla carta (17%), così come quello al vuoto a rendere (16%).  La plastica, insomma, è da bandire. Come si fa, allora, a ottenere un packaging alimentare sostenibile? Ecco cosa offre oggi il mercato.

  1. Amido di mais e oli vegetali. Insieme ad alcuni additivi danno vita a una famiglia di bioplastiche biodegradabili e compostabili, conosciute con il nome di Mater-Bi e brevettate dalla Novamont. Questo prodotto è venduto in granuli ed è lavorabile in modo simile alle altre materie plastiche. Il processo di biodegradazione, svolto da microorganismi, produce acqua, anidride carbonica e metano. Si usa nella produzione di imballaggi, giocattoli, posate, stoviglie e buste di bioplastica, in sostituzione dei tradizionali sacchetti in polietilene.
  2. Cera d’api. Da qualche tempo a questa parte, complice il suddetto ritorno allo sfuso e la ricerca di materiali riutilizzabili, una delle tendenze da applicare (a monte) è quella di utilizzare per la conservazione dei cibi teli in cotone biologico, trattati con cera d’api e olio. Il loro compito è quello di azzerare il consumo di pellicole e contenitori usa e getta. E di conseguenza diminuire gli scarti di produzione e l’inquinamento da plastica. Il telo si può usare per conservare gli alimenti (crudi o cotti) e posto a diretto contatto con l’alimento gli consente di traspirare, evitando così la formazione di umidità e muffe, mentre la cera combatte la proliferazione batterica.
  3. Alghe. Negli ultimi tempi uno dei materiali più funzionali è un derivato gelatinoso chiamato agar, composto di alghe marine. Di facile coltivazione, questo polisaccaride ha un impatto ambientale minimo, poiché è un sottoprodotto della lavorazione delle alghe rosse. Ed è già conosciuto in cucina come gelificante naturale. Nel caso degli imballaggi, con l’aggiunta di acqua si può facilmente modellare, addirittura mangiare. E dissolvere utilizzando soltanto acqua calda.
  4. Foglie. Less is more anche negli imballaggi. E qualcosa ne sa la piccola catena di supermercati thailandesi Rimping, che l’anno scorso ha rilanciato nei punti vendita del nord del Paese la buona abitudine di utilizzare foglie dell’albero di banano al posto della pellicola per imballare i prodotti. Tenendoli insieme con un nastro di fibre naturali, ha ottenuto un risultato al 100% sostenibile e un look decisamente originale per tutti gli alimenti del reparto ortofrutta.
  5. Le ultime novità. Allo studio, tra le novità in cantiere sono da segnalare le nuove carte da banco compostabili, formate da carta in pura cellulosa e Mater-Bi (ancora di Novamont) così come i biopolimeri organici vegetali della startup faentina Iuv, ottenuti da scarti dell’agroindustria e naturalmente biodegradabili, alla base del sistema di confezionamento edibile Columbus Egg. In grado, inoltre, di allungare la durabilità di prodotti come frutta e verdura, prevenendo la comparsa di muffe, lieviti e batteri.

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