Rece Rock: Eufrosino Osteria, Roma

4 Febbraio 2020

Eufrosino Osteria a Tor Pignattara è, insieme all’adiacente e comunicante pizzeria romanesca A Rota, l’ultima creazione di Marco Pucciotti che è uno degli imprenditori della ristorazione più attivi a Roma e che ha messo lo zampino su una dozzina di locali di successo. Eufrosino è una trattoria di ricette tradizionali italiane appena aperta a Tor PignattaraMarco ultimamente apre attività con la stessa facilità ed entusiasmo con cui io apro il frigorifero quando ho fame. A lui devo parte della lievitazione del mio giro vita e dell’ingrossamento del fegato: ancora non so se volergli dedicare un busto nel salone di casa mia o se fargli recapitare la parcella del mio dietologo. Deciderò il da farsi dopo questa cena. partners in crime di Pucciotti in questo progetto sono Paolo D’Ercole (lo chef) e Paolo Abballe (oste e sommelier). Per un serio candidato all’Alzheimer come me è una fortuna che si chiamino entrambi Paolo. Per una volta non farò figuracce.

Paolo D'Ercole
Paolo D’ercole

L’ambiente, per via dei lampadari verdi da biliardo, mi ricorda le bische della zona che da ragazzino ero solito frequentare quando facevo sega a scuola (fare sega=marinare). Mi sento talmente a mio agio che appena entro chiedo una stecca e un  gessetto invece del vino. Paolo, il sommelier, mi guarda con compassione e mi accoglie gentilmente come si farebbe con un amico in difficoltà, cioè facendomi bere dell’ottimo Verdicchio. L’osteria propone cucina popolare e regionale (ma non romana), con l’intento di portare in tavola i piatti che cucinavano le nonne italiane. Tutte tranne la mia, buon’anima e santa donna, che non ha mai cucinato neanche una delle cose proposte qui.

Eufrosino

Fortunatamente il menu, che cambierà ogni mese, è abbastanza snello e posso scegliere i piatti senza indugiare troppo e senza chiedere l’aiuto da casa. Inizio con tre antipasti che tra le loro caratteristiche principali non annoverano certamente la leggerezza:

– L’acquacotta, ovvero una zuppa povera maremmana che veniva fatta con verdure stagionali e arricchita con uova e pane raffermo, viene servita in un coccetto a tremila gradi fahrenheit ed è talmente densa e compatta da avere un peso specifico di poco inferiore all’osmio. Un buttero gradirebbe, figuriamoci un butterato come me. Buona!

– Le stigghiole sono invece una specialità di strada siciliana per cui ho un debole e consistono in budella di agnello arrotolate attorno ad un cipollotto. Praticamente un meraviglioso concentrato di ingredienti che renderà il vostro alito talmente ripugnante che le persone intorno a voi preferiranno interloquire con uno infettato da Coronavirus.

– Per la prima volta in vita mia mangio la parmigiana di cardi, pietanza umbra conosciuta anche come gobbi alla perugina. Premetto che, nella mia ignoranza, consideravo il cardo solo come un fiore puzzolente e spinoso che una volta tentai di cogliere rischiando di morire dissanguato. Approccio quindi con la cautela di un artificiere che deve disinnescare una mina antiuomo. Questione di secondi perché, dopo il primo boccone, aspiro tutta la parmigiana come fossi un Dyson V11. Strepitosa!

– Le tagliatelle al ragù bolognese sono consistenti e ruvide come i lacci degli scarponi da trekking e il condimento grezzo e copioso come piace a me. Sto iniziando ad innamorarmi anche dell’altro Paolo, quello ai fornelli, e a venerare il suo santo protettore, Eufrosino appunto.

– La chitarina cacio ovo e pecora, di origine abruzzese, è praticamente una carbonara con carne di pecora invece del guanciale. Non male, anche se preferisco sempre e comunque la versione suina. Inoltre ho commesso l’imperdonabile errore di dilungarmi troppo in una conversazione con un Paolo di passaggio, facendo freddare l’uovo e rapprenderlo un po’, con mio enorme disappunto.

– La generosità delle porzioni e dei condimenti mi fa barcollare come se avessi sostenuto tre round contro Conor McGregor. Ma non mollo e ordino due secondi.

– Lo stracotto d’asino, piatto di origine lombarda, viene servito su un letto di purè grossolano. La carne, cotta lentamente nel Cesanese, è talmente tenera che potrei mangiarla anche a 90 anni e senza dentiera. Squisita!

– Anche il misto di bolliti, composto da lingua, gallina e tenerone con salsa verde e mayonese ha la mia approvazione, ma inizio a boccheggiare come se avessi messo la testa in una busta di nylon. Mi assale il leggero sospetto di aver mangiato troppo

– Le puntarelle le ho assaggiate solo per mantenere a livelli massimi il mio alito già pestilenziale

– Come dessert opto per una zuppa inglese che non sapevo fosse italiana e che non mangiavo dagli anni 80, ovvero quando frequentavo le bische di cui sopra.

Esco soddisfatto e satollo ma provato come se fossi andato in bicicletta a prendere le pietanze nelle rispettive regioni di appartenenza. Per favorire la digestione, decido di fare due passi nella multi-etnica Tor Pignattara e, mentre ammiro l’antico acquedotto Alessandrino, incrocio un ragazzo dai lineamenti asiatici che mi porge una mascherina. No. Non per salvaguardarmi
dal rischio di contagio da Coronavirus, ma per salvaguardare il quartiere dal mio alito.

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