Il sessimo degli chef: parla la giudice di Bake Off

9 Febbraio 2020

L’articolo originale “Prue Leith: I once thought I’d stabbed a chef in the manhood” di John Hind compare su The Guardian. Nell’articolo la giudice di Bake Off, Prue Leith, affronta il tema del sessismo tra gli chef: l’abbiamo tradotto per voi.

La protagonista del primo ricordo alimentare che ho è la mia bambinaia, in Sud Africa, che prepara dei sandwich con delle fette di pane bianco e le guarnisce con quella che chiama crema di insalata, composta di patate lesse e una qualche maionese economica, con dentro pezzettini di quello che credo fosse cetriolo sottaceto. Quando eravamo sulla spiaggia imburrava biscotti Marie e poi ci spargeva sopra praline colorate, prendendole dal pacchetto, l’una dopo l’altra, finché non era finito. Ero sempre in apprensione sulla quantità di praline che sarebbe toccata a ognuno dei presenti. Volevo avere io l’ultima porzione, quella più ricca; o comunque volevo averne tante quante gli altri. Ero davvero ingorda. I miei fratelli mi soprannominavano Bocca di Mersey, dove per Mersey si intendeva il tunnel di Mersey, che era tanto grande e inaffidabile quanto la mia bocca.

Mia zia Kitty ha sparato al lattaio. Mio zio Alan, suo marito, faceva il preside a una scuola di tutto rispetto, ma sua moglie era davvero sbadata e pazzerella. Era bellissima ma non ci metteva niente a mandarti ai pazzi. Davvero. Una notte si è svegliata e ha visto qualcuno passare davanti alla finestra ai piedi del letto, ha preso la pistola di suo marito dal cassetto del comodino e si è sentito il suono di uno sparo, di vetri rotti e poi le urla del povero lattaio, che passava di lì per il suo giro di consegne. E quando zio Alan, che era vicino a lei, si è svegliato per il rumore, e ha chiesto a sua moglie perché non lo avesse ridestato visto che sospettava la presenza di un ladro, lei gli ha risposto: “Non volevo svegliarti”. A tutt’oggi ancora apprezzo la zuppa di pomodoro in scatola. Mio padre una volta ci ha festeggiato il compleanno. E ho provato più volte a fare una zuppa di pomodoro che avesse lo stesso sapore della Campbell o della Heinz. Non è molto difficile, col purè e tanto latte. Mi piaceva quando mio padre mi portava a mangiare fuori nel ristorante più chic di Johannesburg, quello dello Station Hotel. Ogni tanto credo che ci portasse anche i miei fratelli. Ma quando ci andavamo da soli, la cosa mi piaceva un mondo.

Un’estate ho lavorato come governante per la mia stessa famiglia. Facevo i menu, le liste della spesa. Me lo aveva suggerito mia madre, per insegnarmi a essere adulta. La cosa che mi ricordo di più è quanto restò deliziato mio padre di vedersi servire in tavola l’anatra arrosto. L’avevo presa dal macellaio senza badare a spese. Mio padre, estremamente impressionato, a tavola, disse: “Ma che bel pensiero. Quando è tua madre a occuparsi di noi, ci toccano sempre i peperoni ripieni di carne macinata”. Ero contenta. E mia madre era furiosa. Era sconvolta ed è uscita dalla sala da pranzo battendo i piedi ed è andata a lavorare a teatro, ed è stata quella l’unica volta che mi sono resa conto che tra i miei genitori doveva esserci qualche sorta di attrito, perché poi mio padre e io siamo saliti in macchina e le siamo andati dietro. Abbiamo cenato presto, mentre lei recitava, e siamo rimasti nella sala d’attesa fino all’intervallo, quando poi le abbiamo chiesto perdono.

L’ex-chef capo del Savoy mi ha detto: “Quando hanno il ciclo, le donne fanno impazzire la maionese”, con un forte accento tedesco. Per questo motivo non faceva entrare le donne nella sua cucina. Ho sempre pensato che fosse un completo idiota, ma non gliel’ho mai detto. Gli ho risposto: “Ma non fare lo sciocco. Si tratta di stregoneria, bella e buona”. Si chiamava Silvino Trompetto, era molto pomposo e pieno di sé. Credeva che se le donne, durante il ciclo, si rinchiudevano nelle baracche, impedivano alle spore di fungo di germinare. Era una credenza molto diffusa nel Medioevo, e non mi aspettavo di sentirla ancora in voga nella Londra degli anni Settanta. Trompetto faceva finta di essere uno chef straniero, ma in realtà era cresciuto nell’East End.

Verso la fine degli anni Sessanta ho fatto un siparietto di 4 minuti, ogni venerdì, nella trasmissione Today, dove dicevo alla nazione cosa mangiare nel fine settimana. Jack de Manio stava per fare un programma televisivo e mi ha chiesto di unirmi a lui, a parlare di cibo, ma poco prima che questo potesse accadere, mi ha telefonato Tyne Tees per dire che Jack se ne era andato, e mi ha chiesto se mi andava di presentarla io, la trasmissione. Ero terrorizzata e ho continuato a esserlo nelle settimane seguenti. L’addetto al piano se n’è accorto e mi ha chiesto se fossi terrorizzata. Mi ha dato una pillola, e quella sera ho creduto di essere fantastica. Mi sono fatta tutta la trasmissione a gonfie vele.  Mi sentivo davvero rilassata e mi piaceva un mucchio. Ma dopo mio fratello mi ha detto: “Che ti sei presa? Sembravi matta”.

Una volta ho creduto di aver accoltellato un collega chef nelle parti intime. Ero molto incinta, sono scivolata con un coltello in mano e l’ho preso e ho visto il sangue che gli scorreva sulla coscia. Il pover’uomo non voleva calarsi i pantaloni davanti a una donna, e non è mica che potessi dargli un goccio di brandy. È stato molto gentile, anche se ho dovuto dargli molti soldi, visto che per un po’ non ha potuto lavorare, e poi si è trasferito in Spagna dove ha aperto un caffè. Scrivo anche romanzi e tra quelle pagine ci sono un mucchio di pranzi e cene. In quasi tutti compare il cibo. L’ultimo è la parte finale della trilogia degli Angelotti – il primo parlava di un prigioniero di guerra che lavorava i campi nella zona dove sono nata, a Evesham, in Inghilterra: il secondo è ambientato negli anni Sessanta e Settanta; e il terzo parla del ritorno di un figlio che era stato dato in adozione durante la guerra. Cerco di non distrarmi a spizzicare mentre scrivo, cosa che faccio di solito di mattina, al tavolo della cucina, ma senza caffettiera proprio non funziono.

Ho sempre pensato che non mi potevano piacere le ostriche, ma poi quindici anni fa, a una festa per The Great British Menu, mi si è presentato davanti Richard Corrigan con un vassoio pieno. Gli ho detto: “Mi dispiace, Richard, ma non mangio ostriche”. la smyth, chef del core, è stata votata come migliore chef donna e nona chef al mondo E lui: “Che cosa? E ti dichiari una foodie? Apri subito la bocca”. Me ne ha spinta in bocca una e mi ha detto di masticare. E mi sono venute in  mente tutte le ostriche che avrei potuto mangiare negli anni e non ho mai mangiato. Il giorno delle mie seconde nozze – quando mi sono sposata con John Playfair, 3 anni fa – abbiamo pranzato con due amici poco prima di firmare, e mi sono presa ostriche sia come antipasto che come piatto principale. Con un tortino di melassa per dolce. Penso ancora oggi che sia stato il pasto più bello della mia vita. Per il mio ottantesimo compleanno, l’anno prossimo – o quando avrò voglia di concedermi qualcosa di parimenti costoso e grandioso – me ne andrò da Core a Kensington Park Road. Anche lì, come da Spring, il mio ristorante preferito, hanno una chef donna. Claire Smyth del Core è stata votata migliore chef femminile e nona migliore chef del mondo. La cosa mi riempie di piacere. Il ristorante si trova nel palazzo dove era anche il mio vecchio ristorante, Leith, all’epoca. È stata la Smyth a mettere assieme il tutto, ha messo in risalto il lavoro degli chef, e ha fatto anche un ottimo lavoro con l’arredamento.

Traduzione a cura di Paola Porciello