Rece Rock: la cucina in quarantena

15 Aprile 2020

Prima della pandemia, ero convinto di cavarmela discretamente ai fornelli. Certo, crederlo solo perché non ho mai avuto bisogno di una lavanda gastrica dopo aver cucinato è un atto di benevolenza e amor proprio. Tuttavia la percezione ottimistica delle mie abilità è miseramente svanita in questo periodo di forzata quarantena.

– Il lockdown ha messo a nudo tutti i miei limiti ma, di contro, mi ha permesso di affinare tecniche di sopravvivenza che neanche Chuck Noland in Cast Away dopo essere naufragato sull’isola deserta nel Pacifico.

– Faccio una premessa che un po’ dovrebbe scagionarmi: nonostante l’apparenza cafona io sono un bravo cittadino, faccio attraversare le vecchine sulle strisce (anche se immancabilmente credono che io voglia scipparle), butto cartacce e sigarette nei cestini separatamente senza provocare incendi, faccio una meticolosa raccolta differenziata (il tetrapak va nella carta, vero?) e sono rispettoso delle regole comuni. Di conseguenza seguo con pignoleria le direttive governative e vado a fare la spesa una volta ogni 10  giorni qui vicino casa. Visto il lasso di tempo che passa tra una spesa e l’altra, tendo a non comprare chili di cose fresche che poi inesorabilmente marciranno nell’ultimo cassetto del frigorifero, ma prendo cose che possano resistere al tempo e a una eventuale guerra nucleare.

– D’altronde di questi tempi fare la spesa è diventata un’avventura quasi mai a lieto fine e, visto l’assalto ai supermercati, difficilmente riesco a trovare tutto quello che avevo scritto nella mia lista dei desideri. Che, peraltro, non è neanche così sofisticata. Ad esempio, raramente trovo il latte fresco e, quando sono fortunato, riesco a ripiegare su del latte kazako a lunghissima conservazione che scadrà nel 2068, in mano ai miei pronipoti.

– Spesso non riesco a trovare neanche il pane fresco (né panini, né pagnotte) e ne sento tremendamente la mancanza, tanto che ormai lo sogno. Una notte ho sognato di essere un bagnino in stile Baywatch che correva felice sulla spiaggia come Mitch Buchannon tenendo in mano un filone di pane casereccio invece della tavoletta di salvataggio. Un’altra volta ho sognato di mordicchiare in modo equivoco il cappello centrale di una michetta scrocchiarella. In questi giorni mi son dovuto accontentare del pancarré, del pane azzimo e del temutissimo pane di segale, ovvero le uniche tipologie immancabilmente presenti sugli scaffali anche in periodi di carestia. Il pane di segale, che non a caso ha nel nome la stessa radice della parola segatura, sembra impastato con degli scarti di falegnameria e le fette a forma rettangolare ricordano dei listelli di parquet con cui potrei ripavimentare casa.

– L’unica volta che sono riuscito a trovare una pagnotta di Lariano, si è ovviamente indurita in poco tempo e l’ho usata per fare la frittata di pane, una cosa che può cucinare anche un bambino di 4 anni ma che io invece sono riuscito a bruciare perché ero impegnato in un flash-mob fuori al balcone.

– Un piatto immancabile nella mia dieta di questo periodo è la minestra. Nel mio caso, si tratta di prendere tutti gli avanzi di buste di cereali, lenticchie, fagioli, ceci e mescolarli con altri rimasugli di pastine improbabili: paternostro lisci, conchiglie, puntine, stelline, quadrucci, filini e altre tipologie di pasta solitamente destinate agli ospiti ultracentenari e senza dentiera di Villa Clotilde. Mischio le cose e cerco di stare attento ai diversi tempi di cottura degli ingredienti, senza riuscirci mai e ottenendo come risultato un intruglio dove la pastina è scotta, gli odori sono sbriciolati e i fagioli sono invece duri come la ghiaia nei parcheggi dei ristoranti. Persino lo zuppone alla porcara cucinato da Gassmann e Tognazzi ne I Nuovi Mostri risulterebbe più appetibile.

– Quando le scorte iniziano a scarseggiare, pur di non uscire vado a cercare cibo negli angoli più reconditi della dispensa. Ho approfittato di questa quarantena per svuotarla e mi sono imbattuto in cose di cui non ricordavo l’esistenza o che forse appartenevano al vecchio padrone di casa. Ho trovato per esempio una marmellata croata di bacche di aronia: immaginate la mia sorpresa, considerando che l’ultima volta che sono stato in Croazia c’era ancora il Maresciallo Tito e che non ho la più pallida idea di cosa siano le bacche di aronia. Tutto sommato era buona, sebbene con un retrogusto acidognolo probabilmente dovuto al fatto che era scaduta nel 2017.

– Ho anche ritrovato un cotechino e delle lenticchie comprati per un Capodanno (probabilmente del 2013) e ho esultato con l’occhio spiritato del Maradona dopato dopo un gol ai Mondiali del 1994 in USA. Ovviamente li ho mangiati vestito di tutto punto e indossando delle mutande rosse. Poi ho fatto il conto alla rovescia aspettando il nuovo discorso di Giuseppe Conte in tv.

– Ho invece esultato più compostamente quando ho ritrovato ben due confezioni di nero di seppia: con una ho provato a fare un risotto che alla fine somigliava al bitume usato per ricoprire le buche di Roma e, visto il risultato scadente, con l’altra ho ricaricato la mia vecchia penna stilografica. Che ora scrive benissimo.

– Altra cosa di cui faccio scorta in questo periodo sono le patate, tubero economico che puoi cucinare, condire, utilizzare e brutalizzare in mille modi risultando sempre appetibile. Ma se non hai l’accortezza di lasciarle al buio o di consumarle velocemente, queste inizieranno a germogliare pericolosamente e a invadere la vostra casa facendola sembrare il set di Jumanji invaso dalla giungla.

Ho perfino trovato (e finito) una confezione di fecola di patate, altro acquisto che devo aver fatto sotto l’effetto di sostanze psicotrope. L’ho usata per addensare ogni cosa possibile: dalla cioccolata in tazza alla zuppa, dalla crema pasticcera alla passata di verdure. Non sapendo più cos’altro addensare, l’ho utilizzata per stuccare i muri e, seguendo i sagaci consigli di alcuni siti, per farmi una maschera di bellezza. Ovviamente sono rimasto brutto lo stesso.

– Se poi decido di dare un’occhiata a Facebook per distrarmi e trovare idee, ecco che mi imbatto in decine di persone che in questo periodo sfornano talmente tanto pane e pizza da riempire casa come faceva Pina Fantozzi quando tradiva suo marito Ugo con Cecco il fornaio.

– Io no, non ho trovato né la farina, né il lievito di birra (che al mercato nero pare abbiano raggiunto lo stesso prezzo di reni, cornee ed altri pregiatissimi organi da trapianto) e ho quindi comprato l’impasto per pizza surgelato. Sì, quello che solo un tedesco sbronzo di Amburgo alle tre del mattino potrebbe apprezzare (purché sopra ci sia una fetta di ananas). Si, quello che una volta finita la cottura in forno diventa spesso e croccante come un chiusino di ghisa.

– Molto meglio la pasta brisèe o la pasta sfoglia per fare dei rustici da riempire con cose a casaccio rimaste nel frigo.

– Alla fine, stremato dai miei continui fallimenti ai fornelli, sono arrivato ad ordinare due pasti a domicilio. La prima volta, visto che stavo studiando lingua russa, ho sciaguratamente ordinato una pizza con insalata Olivier. Ma a casa mi hanno recapitato una zolla di prato che ho prontamente travasato in balcone e che utilizzerò come erba gatta. La seconda volta ho optato per la cucina messicana ma l’unica cosa che mi ha ricordato il Messico è l’ora di ritardo con cui mi è stata portata la cena. Sono ormai scoraggiato e ho una sola speranza: che tutto questo passi in fretta e che Giuseppe Conte non mi costringa a riaprire i miei ristoranti preferiti con un piede di porco.

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