La spesa ai tempi della pandemia: come cambiano le nostre abitudini

27 Aprile 2020

La gran parte degli italiani è tra le mura di casa: niente caffè al bar, niente cene con gli amici o aperitivi dopo il lavoro con i colleghi. Colazione, pranzo e cena sono preparati e consumati sulle tavole dello Stivale, giocoforza quindi dover acquistare tutto nei negozi di alimentari, siano supermercati o negozietti di quartiere. Oltre un mese e mezzo di lockdown per l’emergenza COVID-19, ed ecco che i dati sulle nostre spese rispecchiano le nuove abitudini, i modi di passare il tempo e i prodotti di cui non possiamo più fare a meno. 

  1. Gli italiani fanno molta più spesa, anche online. Il primo dato che emerge – facilmente intuibile – è quello dell’incremento della spesa alimentare: una conseguenza della chiusura di tutte le attività di somministrazione combinata con lo stare in casa e la spinta all’accumulo data dall’emergenza sanitaria.  Nella sola settimana del 9-15 marzo, secondo i dati ISMEA, si è registrato un aumento delle vendite alimentari superiore al 30% rispetto allo stesso periodo del 2019, con picchi per i supermercati e per i discount. A questo si aggiunge la grande spinta data all’e-commerce, che cresce a doppia cifra settimana su settimana, e il trasformarsi dei negozi di vicinato, che con superfici ridotte e minore afflusso si sono rivelati una importante fonte di approvvigionamento – oltre che spesso una scelta obbligata dovendo limitare gli spostamenti al territorio comunale.
  2. Crescono i delivery dei ristoranti. Prima delle restrizioni da coronavirus, infatti, le abitudini e i trend alimentari degli italiani erano molto diversi: secondo i dati FIPE 2019, per circa il 25% degli italiani intervistati la colazione e il pranzo erano pasti consumati  fuori casa, e circa il 30% cenava fuori almeno una volta a settimana; il biologico e i pasti sani erano in crescita, e l’avocado aveva preso il posto del prezzemolo. Oggi, il pasto fuori è stato parzialmente sostituito dal food delivery, cresciuto in maniera esponenziale sia per la grande richiesta sia per la crescente offerta dei ristoranti, molti dei quali non effettuavano servizi di consegna a domicilio e che oggi hanno scelto di riaprire con questa modalità per sopperire, anche se in maniera parziale, alle perdite derivanti dalla chiusura totale delle attività.
  3. A domicilio anche prodotti freschi. Al delivery di piatti appena preparati si aggiunge poi quello di prodotti freschi, con tassi di crescita del +97% rispetto allo scorso anno: sia attività già in crescita come Cortilia e Quomi, che consegnano cassette di prodotti misti di stagione, sia i mercati di Campagna Amica e le attività al dettaglio hanno dovuto rafforzare le flotte di consegna per far fronte agli ordini.
  4. Aumenta il delivery di alcolici. Anche il mondo del vino e della birra vivono il boom, con brand come Tannico che nella settimana tra il 9 e il 15 marzo ha registrato un incremento di ordini del 170% rispetto allo stesso periodo 2019. Tutto questo senza considerare la spesa on line offerta da molte catene, che con un +162% nelle prime due settimane di emergenza ha visto spesso esaurirsi gli slot di consegna ben oltre le due settimane.
  5. Si comprano più alimenti duraturi. Ma oltre ai dati delle biciclette e dei camioncini che sfrecciano nelle nostre vie, è interessante guardare cosa abbiamo messo nel carrello in questi giorni di pandemia e giornate in casa. Il primo istinto è quello di far dispensa: mentre dagli USA alla Gran Bretagna va esaurita la carta igienica, i nostri carrelli sono stati riempiti di pasta e riso (+46% rispetto allo stesso periodo nel 2019), latte a lunga conservazione, uova e surgelati, ma soprattutto di conserve rosse: 52 milioni di chili nelle prime quattro settimane.
  6. Popolo di panificatori. Per il gruppo degli chef amatoriali, condizioni favorevoli con tanto tempo e tanti pasti da preparare: libero sfogo a un popolo di panificatori e impastatori, che hanno consumato lievito (+226%), farina (+212%), burro (+85%) e margarina (+76%) con grande entusiasmo, tanto da far esaurire questi prodotti nella maggior parte dei punti vendita ed esaurendone la disponibilità in alcuni casi. Ormai il lievito di birra che troviamo ultimamente non è più in cubetti da 25 g, ma in panetti da mezzo chilo o sue porzionature operate direttamente nel punto vendita.
  7. Igiene, prevenzione e cura della persona. Altro grande gruppo in crescita quello dei prodotti per la casa e la prevenzione: i classici guanti, detergenti, candeggina e salviette hanno visto incrementi consistenti, ma lo stesso discorso è stato evidenziato per i prodotti di cura alla persona come le tinte casalinghe, gli accessori da manicure e pedicure e la cura personale: in assenza di parrucchieri ed estetiste, a volte bastano un tutorial su Youtube e un po’ di attenzione.
  8. Bisogno di comfort food. Ma la vera conferma della nostra vocazione alla socialità e alla ricerca del  benessere anche a tavola viene dalla categoria che Nielsen ha definito resto a casa. Un cestino di prodotti non classificabili forse come di prima necessità ma di indubbio sostegno: beni di grande richiesta capitanati dalle creme spalmabili (+76%) e seguiti da pizze surgelate, affettati, mozzarelle e patatine in busta, oltre che ovviamente dalle merendine pronte e da dosi massicce di camomilla (+76%). Un modo per trovare conforto nel comfort food al sapore di infanzia, ma anche per rallegrare quei momenti di socialità che sono diventati gli aperitivi in videochiamata e le serate sui balcone. Perché in fondo aveva ragione Mattia Torre, quando diceva che a questo Paese a forma di spuntatura di maiale, in fondo, mangiare piace proprio.

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