Liquori e distillati soffrono la crisi del Coronavirus

25 Maggio 2020

Non bastava Trump con i dazi Usa. Una nuova doccia fredda si è abbattuta su liquori e distillati made in Italy con l’emergenza Covid-19. Fatturato crollato del 60% in appena due mesi e ripresa che si presenta lenta e difficile con bar e locali tra i più penalizzati dal distanziamento sociale. Gli imprenditori però non si sono arresi e hanno messo subito in campo strategie e progetti.

I numeri

Il settore degli spiriti in Italia conta circa 300 aziende: tre su quattro sono piccole e medie imprese, a capitale familiare italiano e solo nel 25% dei casi la società ha dimensioni globali pur continuando a mantenere la sede fiscale in Italia. nonostante lo shopping online e i supermarket, le vendite sono crollate Circa 100 mila gli operatori diretti, a cui si aggiungono almeno 300 mila lavoratori dell’indotto per un valore aggiunto complessivo dai 4 miliardi e mezzo di euro. Negli ultimi anni, grazie al sempre maggiore utilizzo anche nel mondo della miscelazione, liquori e distillati erano uno dei prodotti di punta dell’export e avevano conquistato importanti fette di mercato all’estero, facendo conoscere realtà spesso locali e prodotti dal passato prestigioso. Poi tra dazi e lockdown, con bar e ristoranti chiusi, le vendite sono crollate, nonostante il ruolo della Gdo e lo shopping online. Il 2020 rischia di chiudersi con i ricavi dimezzati e un calo dei volumi del 20% nei prossimi due anni.

Le richieste di Federvini

Per arginare la crisi Federvini chiede al governo interventi strutturali: abolizione dell’obbligo del contrassegno sul tappo; sospensione del versamento dell’accisa almeno nell’immediato; defiscalizzazione del fatturato conseguito con l’attività di export. C’è chi invoca pure di togliere Imu e Tasi sugli stabilimenti produttivi.

La risposta delle aziende

Il comparto spirits crede sempre di più in una miscelazione sovranista, quando possibile, magari giocando anche con proposte accattivanti e che sanno fare squadra tra prodotti tricolori. È il caso del Vecchio Amaro del Capo che ha proposto una Red Hot edition a base di peperoncino, in vendita abbinata con il prosecco Mangilli, altro brand friulano appena acquisito da Caffo, e un’acqua tonica al bergamotto, per realizzare lo spritz del Capo. Di sicuro gli spirits tricolori sono i nostri ambasciatori migliori nel mondo della mixology mondiale.

I grandi brand

Agli inizi d’aprile, nel pieno della pandemia, lo storico marchio Petrus Boonekamp è stato acquisito dal Gruppo Caffo 1915. L’olandese Petrus, il più antico degli amari in commercio (1777), entra nella famiglia del Vecchio Amaro del Capo. Un’altra acquisizione pesante è nell’aria in casa Caffo. È notizia di pochi giorni fa che Stock Spirits Italia distribuirà i liquori di Beam Suntory in Italia. Beam Suntory è tra i principali produttori al mondo di distillati premium.

Le iniziative social

Amaro Montenegro, una realtà unica nel panorama nazionale per il numero di marchi nel settore spirits e food, durante l’emergenza ha lanciato Humanspirit Network per sensibilizzare le persone a condividere la propria rete Wi-Fi ospiti con chi non ha connessione o naviga troppo lentamente. Infine Nardini, la più antica distilleria d’Italia, durante l’emergenza Covid ha riconvertito una linea di produzione per realizzare N-gel, un gel detergente e igienizzante mani alla grappa. Un prodotto che viene donato a chi fa acquisti sull’e-commerce e agli operatori del settore spirits. La dimostrazione che il mondo degli spirits si piega all’emergenza ma non si fa abbattere.

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