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Carne coltivata: la nuova frontiera del cibo

di Alessia Dalla Massara

La carne coltivata potrebbe essere la nuova frontiera in fatto di sostenibilità e di produzione a basso impatto ambientale.

Non possiamo nasconderci dietro alla velleitaria speranza che l’essere umano improvvisamente bandisca dalla palette dei sapori il gusto della carne. In fondo, non è un caso se la maggior parte delle alternative plant-based abbia come requisito fondamentale il riprodurre La carne coltivata sembra essere la nuova frontiera nella produzione di alimenti sostenibilipiù fedelmente possibile le caratteristiche organolettiche dei prodotti di origine animale. E, ugualmente, non deve stupire che stiano crescendo a livello esponenziale i progetti sperimentali dedicati alla produzione alternativa e sostenibile della carne. Tra questi, l’ultima frontiera porta il nome della carne coltivata: secondo le ultime statistiche registrate nel settore si stima che questo tipo di business potrà raggiungere i 25 miliardi di dollari entro il 2030. L’obiettivo è quello di riuscire a conciliare l’aspetto delle esigenze alimentari di chi per scelta etica non mangia animali con il profilo legato alla sostenibilità e al cambiamento climatico.

Com’è nato il progetto

La carne in provetta, conosciuta anche come carne coltivata o pulita, comincia a farsi strada verso la fine del 2020 a Tel Aviv in uno dei primi ristoranti che inizia a testare nel proprio menu una serie di burger artificiali riservati a un numero minimo di ospiti. Sulla scia israeliana, un crescendo di esperimenti si diffonde fino a Singapore con le prime crocchette di pollo in vitro (sempre consumate in via sperimentale), registrando numeri non indifferenti tra le startup di respiro internazionale che si sono cimentate in questo tipo di produzione.

Di cosa si tratta

Ma vediamo cosa vuol dire veramente carne coltivata. Si parte da cellule animali, estratte dal tessuto muscolare attraverso una biopsia, indolore, che vengono nutrite con sieri di origine vegetale o animale all’interno di una sorta di bioreattori, in modo da diventare nuovamente tessuto muscolare. Quanto al tipo di siero utilizzato per alimentare queste cellule c’è da fare una precisazione: quello animale non è altro che un composto proteico ottenuto dal sangue dei feti di mucche gravide destinate alla macellazione. Vien da sé che si sta cercando di ricorrere il meno possibile a queste tipologie di siero a favore di nutrienti sintetici di origine esclusivamente vegetale. Il processo è lungo e richiede un dispendio di risorse davvero notevole: basti pensare che per produrre il primo hamburger del peso di circa 150 gr. sono servite 20.000 fibre muscolari nutrite con siero animale per tre mesi. Ad oggi quindi è ancora impossibile produrre un vero e proprio muscolo in laboratorio, ma le startup stanno lavorando e sperimentando nuove soluzioni in questo senso, ricorrendo anche alla tecnologia 3D, per dare vita a bistecche coltivate in laboratorio. Come nel caso della startup israeliana Aleph Farms.

Numeri che parlano

Secondo l’ultimo rapporto Eurispes in Italia i vegetariani e i vegani rappresentano l’8,9% della popolazione totale, con una flessione di qualche punto percentuale (tra il 2 e il 5%) negli Stati Uniti. Nonostante nel complesso siano aumentate le scelte verso uno stile alimentare green, la ricerca del gusto della carne è ancora preponderante anche da parte di chi sta cercando di rinunciarvi. Ma è qui che viene in aiuto il profilo della sostenibilità verso il quale sta crescendo una sensibilizzazione sempre maggiore: secondo uno studio sull’analisi del ciclo di vita “la produzione di carne bovina coltivata dovrebbe ridurre l’impatto sul clima del 92%, l’inquinamento atmosferico del 93%, utilizzare il 95% in meno di suolo e il 78% in meno di acqua rispetto alla produzione industriale di carne bovina”.

L’impatto sulla salute

Ma c’è dell’altro, perché se si può essere scettici sulla questione ambientale o rimanere insensibili dal punto vista etico, l’aspetto della salute senz’altro non può essere trascurato altrettanto facilmente. Produrre carne in vitro, infatti, produce numerosi benefici rispetto ai rischi legati alla sempre più crescente resistenza degli animali agli antibiotici con il conseguente emergere di nuove possibili pandemie. Sul punto, la Food and Drug Administration riporta che circa l’80% di tutti gli antibiotici venduti negli Stati Uniti sono somministrati agli animali, aumentando la possibilità di far proliferare batteri resistenti dannosi per l’uomo. Inoltre, la carne sintetica sarebbe priva di tutte quelle sostanze tossiche che spesso si trovano nelle carni prodotte industrialmente, come pesticidi e ormoni della crescita.

Le sfide del futuro

Se dal punto di vista teorico la linea può sembrare tracciata senza difficoltà, in realtà le questioni più spinose riguardano principalmente gli elevatissimi costi di produzione che rendono la carne coltivata proibitiva per il consumatore finale. Sicuramente, questo aspetto potrà essere attutito dai volumi di vendite che si registreranno in futuro. Per ora i conti rimangano piuttosto salati e devono tenere presente un altro profilo, ossia quello del tipo di emissioni di gas serra rilasciate durante il processo di coltivazione. Mentre quelle derivanti dall’allevamento degli animali rimangono nell’atmosfera per circa 12 anni, quelle prodotte dall’alimentazione dei laboratori potrebbero accumularsi per millenni. Inutile dire che si stanno esplorando possibilità alternative che facciano leva su fonti per lo più decarbonizzate.

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