Home How to Cucinare per stare meglio: cos’è la cooking therapy?

Cucinare per stare meglio: cos’è la cooking therapy?

di Nadia Corvino

Siete stressati in questo periodo? Provate a rilassarvi cucinando con la cooking therapy. Dedicarsi ai fornelli, infatti, fa bene alla mente.

Quando si parla del legame tra alimentazione e benessere, il pensiero va subito alle caratteristiche nutritive dei singoli alimenti e ai benefici per la salute che questi possono apportare; difficilmente, invece, si pensa agli effetti positivi che si possono ottenere cucinando. Eppure, in molti durante il periodo di chiusure dovute alla pandemia se ne sono accorti, più o meno direttamente, decidendo di dedicare del tempo alla panificazione o alla creazione di nuove ricette: prendersi del tempo per cucinare fa bene anche alla salute mentale, e non solamente a quella del corpo. Su questo principio si basa la cooking therapy, una terapia pensata per alleviare alcune problematiche psicologiche, come ansia, stress e depressione, e che prevede come principale metodologia di cura proprio l’atto del cucinare. L’idea è che, come quando si pratica meditazione, per cucinare servano concentrazione e calma, due caratteristiche che la rendono un’attività rilassante e benefica per la sfera psicologica.

Proprio come richiesto dalla mindfulness, concentrarsi sulla buona riuscita di una ricetta porta a essere più attenti agli stimoli sensoriali, sia uditivi che visivi, tattili e olfattivi. La cucina, infatti, è un’attività naturalmente capace di stimolare i sensi: si maneggiano ingredienti colorati e profumati, con diverse consistenze, e per monitorare la loro cottura c’è bisogno di concentrarsi sul cambiamento di queste caratteristiche. Complici anche la ritmicità e la ripetitività (pensiamo per esempio alla gestione di un impasto, o al taglio delle verdure), la cucina può risultare nel complesso un’esperienza immersiva che permette di distrarsi dalle preoccupazioni, e di prendersi il tempo per rimodulare l’importanza dei pensieri che sono fonte di ansia e stress. Non serve ovviamente essere degli esperti, e nemmeno degli amanti dello stare davanti ai fornelli, perché durante la cooking therapy, l’atto del cucinare è privato delle componenti di necessità e quotidianità, e diventa l’occasione per prendersi del tempo per dedicarsi a un’attività manuale.

La manualità nella cooking therapy svolge infatti un ruolo chiave, soprattutto per chi fa lavori che non prevedono questa componente, e il cui risultato dell’attività quotidiana è spesso virtuale; cucinare in questo caso può conferire la gratificazione dell’aver creato qualcosa di fisico, donando anche un certo senso di controllo sul risultato. Se dedicarsi alla cucina può avere quindi un effetto rilassante, farlo periodicamente con la guida di un terapeuta specializzato può essere d’aiuto anche per problematiche psicologiche più importanti. Il terapeuta può sfruttare le attività svolte come metafore per la risoluzione dei problemi, inoltre per alcuni essere occupati in un lavoro manuale rende più facile l’aprirsi al dialogo, rendendo, quindi, più fruttuoso il tempo della sessione con il terapista. La cooking therapy, in questo senso, si va aggiungere all’ampia gamma di terapie esperienziali, come quelle legate all’arte, al teatro, alla botanica o alle attività con gli animali.

E proprio come altre forme di terapia, anche quella culinaria può essere sviluppata anche in un’ottica di coppia oppure essere declinata sui bisogni terapeutici dei bambini. Nel caso in cui la terapia culinaria faccia parte di un percorso più ampio in cui prendono parte sia psicologi che nutrizionisti, può diventare anche uno strumento in più per la risoluzione dei disturbi alimentari, avvicinando all’atto del cucinare come forma di cura del sé persone che hanno bisogno di ritrovare il giusto rapporto con l’alimentazione. Non mancano, infine, gli studi scientifici che esplorano gli effetti positivi della cooking therapy nei confronti dei problemi della sfera neurologica: in questo caso, a risultare terapeutico è l’allenamento che il cucinare può fornire in termini di memoria, organizzazione, coordinazione motoria, e gestione delle risorse e del tempo a disposizione. Che si svolga da soli, periodicamente con la guida di un terapeuta, o come forma di cura attraverso un team di specialisti, l’atto del cucinare si può rivelare benefico anche negli aspetti non direttamente legati agli alimenti che si sceglie di mettere nel piatto.