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Rece rock: Vedo Napoli e poi ingrasso

di Alex Giuliani

Alex Giuliani è stato a Napoli e ci racconta il suo food tour tra pizze, zuppa di cozze e altri piatti tipici della tradizione.

Avete presente il detto “vedi Napoli e poi muori”? Io a differenza di Goethe vedo Napoli e poi ingrasso, tanto che ogni volta al mio rientro sono costretto a programmare una visita al più vicino negozio Pitran Taglie Forti. È infatti sufficiente scendere dal treno ed uscire dalla stazione di Napoli Centrale per ritrovarsi immediatamente catapultato in un girone dantesco fatto di pasticcerie, rosticcerie, pizzerie e trattorie che sembra ideato dal dottor Nowzaradan di Vite al Limite e dai suoi commercialisti. Neanche il tempo di sgranchirmi le gambe e accendere la prima sigaretta (rigorosamente di contrabbando) che subito vengo risucchiato dalla pasticceria di fronte alla stazione, Cuori di Sfogliatella, dove sfornano sfogliatelle e babà alla stessa velocità con cui un ippocampo partorisce. Da qui inizia il mio tour napoletano, con i baffi e il bavero della giacca già imbiancati di zucchero a velo. Praticamente sembro Tony Montana in Scarface.

Ovviamente, non si può visitare questa bellissima città senza mangiare almeno una pizza al giorno. Sarebbe un po’ come andare sull’isola di Favignana e restare in hotel a due stelle a fare il bagno dentro una piscina gonfiabile. Sono tantissimi i posti dove poter mangiare ottima pizza napoletana, quella che per noi romani ha un cornicione alto come il bordo di un gommone Cape Horn Night Hawk 200. Uno dei luoghi di culto della vera pizza napoletana è ovviamente Da Gino e Toto Sorbillo, dove solitamente la fila per entrare ricorda quella al casello di Roma Nord il 31 agosto al rientro dalle vacanze. Invece, approfittando di un orario che persino un danese avrebbe considerato troppo in anticipo per una cena, riesco ad entrare senza problemi e trovare un tavolo al secondo piano. Senza perder tempo e per recuperare immediatamente la perdita delle calorie dovute alle scale, ordino una pizza fritta ripiena di ricotta, basilico, fiordilatte e cicoli napoletani (ovvero residui solidi di grasso di maiale bollito e scolato) che ha la forma e la pesantezza di una vecchia borsa tolfetana, quella che andava di moda tra i fricchettoni degli anni 70. Niente male come antipasto. Non contento, decido di provare la pizza Diavolla (con salamino di Faicchio, pomodoro biologico, peperoncino, fior di latte misto di bufala, parmigiano, basilico, olio d’oliva) che ha la circonferenza di un hula hoop e che mi manda fuori di testa come se uno dei suddetti fricchettoni mi avesse servito un cartoncino imbevuto di LSD. Anche la pizza Adriana (con pomodoro biologico, ricotta, fior di latte misto di bufala, basilico, olio d’oliva) è spettacolare e avrei voglia di alzarmi ad urlare il suo nome come Sylvester Stallone in Rocky dopo l’incontro contro Apollo Creed.

L’Antica Pizzeria Da Michele è un’altra tappa obbligatoria per mangiare la vera pizza napoletana. Anche qui solitamente si fa una fila paragonabile a quella che si farebbe a Przemyl per prendere a schiaffi Matteo Salvini, ma anche stavolta grazie all’orario in cui non cenerebbe neanche una clarissa di un convento di Assisi, riesco a trovare posto. Ogni tavolo prende il nome di una delle celebrità che hanno visitato la pizzeria e mi viene assegnato il Jude Law. In me devono aver visto la palese somiglianza con l’attore inglese o, più probabilmente, Bombolo non è mai venuto a mangiare una pizza qui. Il menu, scarnissimo e a prova di demenza senile, prevede solo 4 tipi di pizza (margherita, marinara, cosacca e marita) e 3 bevande (Coca-Cola, Fanta e birra Nastro Azzurro). Dopo una classica e buonissima margherita, che ho mangiato con la stessa velocità con cui ho dribblato poco prima i venditori abusivi di fantasmini in Via dei Tribunali, ho voluto provare la celebre pizza cosacca (con pomodoro, pecorino grattugiato al posto della mozzarella, basilico e olio). Pare che il nome derivi dal soggiorno fatto in Sicilia e a Napoli dallo Zar Nicola I e dalla moglie Aleksandra Fёdorovna come ospiti dei Borbone. Pare infatti che la zarina fosse malata di tubercolosi e necessitasse di un clima più caldo rispetto a quello rigido di Pietroburgo. In effetti guarì dalla tubercolosi ma, a furia di mangiare arancine e pizze, tornò in patria con un fisico da matrioska e malata di colesterolemia. Il conto, in entrambe le pizzerie, non supera i 15 euro a persona. Ho speso di più per fare il pieno allo scooter la settimana scorsa.

Nel periodo di Pasqua, la già generosa cucina napoletana si arricchisce di alcuni elementi imprescindibili come la zuppa di cozze (in realtà dentro ci sono anche polpo, gamberi e seppie) insaporite con pomodoro, aglio e prezzemolo. Sul fondo del piatto viene aggiunto del pane croccante o dei taralli, cosa che comunque non vi impedirà di chiedere altri due filoni di pane per fare la scarpetta nel brodetto. Essendo goloso di qualsiasi tipo di mollusco, ho iniziato la mia spasmodica ricerca di questo piatto con lo stesso slancio con cui Fantozzi, venuto a conoscenza della sua imminente morte, va da Gennaro O’ Vibrione a mangiare quattro chili di cozze crude. Ho potuto provare questa zuppa tradizionale in due posti molto conosciuti e consigliati dagli stessi napoletani. Alla A’ Taverna Do’ Re, noto ristorante a conduzione familiare a due passi dal Maschio Angioino, ne ho mangiata una eccelsa, con un brodo clamoroso in cui mi sono immerso come un palombaro che deve passeggiare sul fondo marino.

Una volta risalito in superficie e tolto lo scafandro, ho voluto provare anche i mezzanelli di Gragnano alla genovese napoletana, il cui nome è una supercazzola geografica che deriva dalla probabile presenza di cuochi genovesi in terra napoletana nel seicento. È una pasta al ragù bianco cremoso, preparato con una tonnellata di cipolla. Strepitosa, anche se dopo averla mangiata il vostro alito farà sembrare la discarica di Malagrotta un campo coltivato a lavanda. Altro piatto della tradizione napoletana sono gli spaghetti alla luciana con salsa di polipetto fatta cuocere in un tegame di coccio con abbondante aglio. Mi è piaciuta molto, anche se gli schizzi di sugo fanno somigliare la mia maglietta alla chitarra di Eddie Van Halen. A seguire, un ottimo baccalà arrostito con friarielli e, per onorare l’imminente santissima Pasqua, una fetta di pastiera fatta in casa come dessert.

La seconda zuppa di cozze l’ho mangiata in una storica attività di via Foria, A Figlia d’o Marenaro, rinomato ristorante sempre aperto, dall’arredamento moderno, fastoso e ricercato, capitanato dalla celebre ed elegantissima Assunta Pacifico. Il menu è lungo ed avvincente come un romanzo di Stephen King e scegliere in questa sconfinata varietà di piatti di pesce mi mette la stessa ansia di un artificiere che deve decidere quale filo tagliare per disinnescare una bomba. L’ambiente è un po’ frenetico, c’è un via vai continuo e puoi essere servito da una decina di efficientissimi camerieri senza però fare in tempo ad affezionarti a nessuno di loro. L’unica presenza fissa ai tavoli è quella dell’immancabile cantante neo-melodico che, se avrete la malaugurata idea di dargli spago, resterà attaccato alle vostre orecchie sciorinando classici napoletani per almeno mezz’ora. Per fortuna la mia espressione impassibile da moai di Rapa Nui unita alla mia malcelata povertà lo hanno fatto desistere subito ed ho potuto degustare in santa pace quella che secondo tutti è la miglior zuppa di cozze di Napoli. Secondo tutti, tranne uno. Rispetto a quella mangiata il giorno prima, l’ho trovata un po’ insipida e un po’ troppo asciutta, tanto che per fare la scarpetta ho utilizzato una sola fetta di pane. Un record negativo per me. Ho osservato quel poco sughetto con la stessa espressione malinconica con cui guardo solitamente i pochi millilitri di vino versati nel mio calice durante una degustazione.

Ma la delusione più grande arriva poco dopo, quando uno dei seicento camerieri di passaggio mi comunica che sono finiti i cannolicchi, per un chilo dei quali sarei disposto a vendere mia madre e un paio di zie. Dopo aver pianto come Dan Harrow sull’Isola dei Famosi , mi sono rincuorato con un ottimo soutè di tartufi di mare (ovviamente ignoravo si trattasse di molluschi bivalvi simili alle vongole con la conchiglia spessa e dura come una diamantina di un bagno anni ’60) che ha meritato una scarpetta minuziosa e una pulizia del piatto che neanche una lavastoviglie Bosch Serie 4 avrebbe ottenuto. Come primo piatto ho voluto provare i paccheri al granchio, buoni e delicati, anche se ho dovuto chiedere una lancia termica per aprire il carapace del crostaceo e mangiarne la polpa. Come secondo ho optato per un gustosissimo fritto di mare servito in un cuoppo, ovvero un cono di carta grande quanto un megafono da regista cinematografico degli anni 50.

Dopo una mangiata del genere, sarebbe ideale fare una lunga passeggiata per smaltire almeno un terzo delle calorie accumulate, ma a Napoli è impossibile. Lungo la strada i numerosi forni e banchetti di street food mi attraggono come Ulisse lo era dal canto delle sirene. Non avendo trovato per strada un albero maestro a cui legarmi, ho sentito il dovere di assaggiare una frittatina di pasta (solitamente bucatini con besciamella, prosciutto cotto e piselli), un panino napoletano (ripieno di salame, cicoli, uova sode e formaggio) e, sempre per onorare la santissima Pasqua, un mini casatiello. In pratica, l’unica sirena che ho rischiato di sentire è quella dell’ambulanza, direzione Ospedale Cardarelli. Il mio tour finisce invece con il mesto ritorno alla Stazione Centrale dopo tre giorni di pura libido culinaria e il mio rientro a Roma mi fa sentire un po’ come Cicciolina dopo essere entrata in menopausa.