Home Bevande Vino: perché la Puglia dovrebbe puntare sul Nero di Troia?

Vino: perché la Puglia dovrebbe puntare sul Nero di Troia?

di Salvatore Spatafora

Scopriamo qualcosa in più sul Nero di Troia, grande vitigno pugliese: curiosità, storia e tutto quello che c’è da sapere.

La rivincita del Nero di Troia e degli altri vitigni pugliesi, ingiustamente, definiti minori. Per anni la Puglia del vino è stata associata, a buon diritto, a Primitivo e Negroamaro, lasciando in ombra le altre varietà della regione che oggi, grazie all’impegno e al lavoro di tanti viticoltori illuminati, vivono un vero e proprio rinascimento enologico. Roberto Perrone Capano, alla guida dell’azienda agricola di famiglia Santa Lucia – 14 ettari a conduzione biologica a ovest di Corato, fra le colline della Murgia nord barese e ben 200 anni di storia – ha sempre creduto nelle potenzialità del Nero del Troia. Ma vediamo perché nel futuro dell’enologia pugliese sentiremo sempre di più parlare di questo vitigno a bacca rossa.

Vino di grande personalità

Il successo di Primitivo e Negroamaro è facile da spiegare: il primo con i suoi tannini morbidi e il residuo zuccherino più piacevole è sicuramente un vino immediato che piace a tutti, mentre il secondo ha saputo contare sull’ottimo lavoro di squadra dei salentini. “Lavorare con il Nero di Troia è stata invece una scelta non facile – afferma Perrone Capano – ma stimolante. La sua produttività è poco costante e spesso bassa. Dà vini strutturati, con tannini importanti, ma sempre in grado di esprimere una grande personalità. I profumi, i colori e le capacità di invecchiamento peculiari discostano i vini da Nero di Troia dagli altri stili internazionali a cui il mercato si è abituato. Essere diversi a volte premia, a volte no, ma è il perno di un racconto sempre nuovo”. Dunque gli elementi affinché il Nero di Troia sia il nuovo ambasciatore dell’enologia pugliese ci sono tutti: “noi gli abbiamo dato uno stile più consono alla bevibilità, accorciando i tempi di attesa per la messa in vendita. C’è una maggiore attenzione sia in vigna sia in cantina, soprattutto in fase di macerazione, che ci aiuta a portare al pubblico un prodotto di grande eleganza. Per il successo è solo una questione di interesse e comunicazione delle aziende che lavorano questo nobile vitigno”.

La storia del Nero di Troia

Sono tante le legende che ruotano intorno all’origine del vitigno, tra le più romantiche quella secondo cui furono i coloni greci a portarlo nelle coste pugliesi dalla città di Troia, da cui appunto il vitigno prenderebbe il nome. In realtà si tratta con molta probabilità di una varietà autoctona della città di Troia, in provincia di Foggia, dove in passato era concentrata la sua coltivazione. Oggi invece è presente anche nelle zone di Barletta, Andria, Trani e rappresenta il terzo vitigno a bacca nera più diffuso della regione (circa 2.500 ettari) dopo Primitivo e Negroamaro.

Un futuro tutto da scrivere

Il futuro del Nero di Troia è dunque ancora tutto da scrivere. Ne è convinto Perrone Capano che lo definisce “un sigaro cubano capace di affascinare l’esperto e stendere il novellino”. Anche se lo stesso produttore ammette che resta un vino per intenditori, non esattamente alla portata di tutti, ma con la giusta sinergia tra le cantine del territorio si può sicuramente consolidare l’immagine e l’identità del Nero di Troia, sia nel mercato italiano che all’estero, come grande vino rosso del sud.

Caratteristiche e criticità del Nero di Troia

Ad oggi i produttori di Nero di Troia sono una ventina, tutti concentrati nella parte centro-settentrionale della regione. Ognuna di queste realtà interpreta, secondo un proprio personalissimo stile, quest’uva generosa che regala tanta frutta nella polpa e tanti tannini nella buccia. Una caratteristica che se da un lato è il segreto di tanta personalità, dall’altro ha creato nel tempo molta disomogeneità nella produzione, tanto da non essere facilmente riconoscibile dal consumatore comune. “Il Nero di Troia ha un tannino ben marcato e bisogna saperlo gestire, non tutti ci riescono. Il risultato finale però, se lo si lavora bene, è un vino morbido, vellutato e versatile negli abbinamenti con il cibo, in particolare con i piatti speziati della cucina asiatica (accostamento che spesso non funziona con gli altri vini)”.