Home How to Tradotto per voi: come hanno fatto pasta e pizza a diventare americane quanto la torta di mele?

Tradotto per voi: come hanno fatto pasta e pizza a diventare americane quanto la torta di mele?

di Paola Porciello

L’articolo originale di Mackenzie Dawson “How Italian food like pizza and pasta became American as apple pie” appare sul New York Post.

L’ispirazione per il suo libro è venuta a Ian MacAllen una sera di tanti anni fa davanti a un piatto di vitello alla parmigiana al ristorante Trattoria Spaghetto, un tempo attivo nel West Village. “Mi è venuto in mente che in Italia, a ordinare una cosa del genere, mi avrebbero guardato strano”, racconta MacAllen, che ha origini italiane. “Il vitello alla parmigiana era un piatto molto distante da quello che mia moglie e io avevamo mangiato in vacanza nel Bel Paese. Iniziai a cercare su Google qualche dato sulle origini del cibo italo-americano, ma non trovai molte risposte. E in men che non si dica, mi misi a scrivere questo libro”. Red Sauce: How Italian Food Became American (Rowman & Littlefield, 2022) è il risultato appassionante di questa ricerca, una indagine sul modo in cui la cucina degli emigranti italiani si è insinuata in quella statunitense, al punto in cui oggi pizza e pasta sono diventate praticamente sinonimo del cibo americano. Quando gli emigranti italiani raggiunsero le rive americane, erano soprattutto gli uomini senza le loro famiglie che andavano in avanscoperta. E al loro arrivo si resero conto che erano in grado di potersi permettere una stile di vita del tutto diverso da quello che facevano in patria. 

 © NY post Mulberry Street, il cuore di Little Italy, nel 1900, quando tanti italiani giunsero per la prima volta a New York e scoprirono tanti nuovi ingredienti da aggiungere ai loro piatti.

Scoprirono di avere soldi da spendere, in un momento storico dove in Italia veniva tassato anche quello che si faceva crescere nel proprio orto” dice MacAllen. “Arrivati nella Grande Mela furono in grado di comprare sempre la carne – in poche parole avevano accesso a tanti cibi che non avevano mai mangiato. E quando arrivarono le famiglie il cibo divenne un modo per celebrare la riunione”. In uno dei capitoli si parla del famoso impresario Ettore Boiardi, anche noto come Chef Boy-Ar-Dee di Spaghettios. Il Giardino d’Italia, il suo ristorante di Cleveland, negli anni ’20 era rinomato al punto che i clienti arrivavano con le brocche vuote per farsele riempire di sugo.

 © Ny post La popolarità della salsa al pomodoro Chef Boy-Ar-Dee portò alla crescita dell’offerta dei cibi in scatola – e successivamente a un contratto di fornitura alle truppe alleate durante la seconda guerra mondiale.

Da lì alla salsa in scatola il passo fu breve: Boiardi arrivò persino a fornire scorte alle truppe alleate durante la seconda guerra mondiale. E al ritorno a casa, le truppe americane che avevano sviluppato un amore particolare per gli spaghetti in scatola si misero alla ricerca dei nuovi ristoranti italo-americani che andavano sbocciando in tutto il paese.Nelle riviste femminili dell’epoca c’erano articoli che spiegavano alle lettrici il significato di parole all’epoca ancora esotiche, quali lasagna o pizza”, racconta MacAllen. “Gli spaghetti, le polpette e il sugo al pomodoro sono stati tra i pochi cibi di provenienza etnica a finire nelle dispense dei militari.” I cibi italiani conobbero anche un aumento di popolarità negli anni Venti, quando una rivista chiamata The New Macaroni Journal pubblicò due delle ricette preferite dalla stella del cinema muto Rodolfo Valentino: visto che piaceva a un divo, doveva trattarsi per forza di roba buona.