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Green pass obbligatorio, il mondo del food è ancora spaccato

di Marta Manzo

Il giorno in cui entra in vigore il Green Pass obbligatorio sui luoghi di lavoro è arrivato: vediamo cosa sta accadendo.

Il tanto atteso 15 ottobre alla fine è arrivato. L’ora X per l’entrata in vigore del green pass obbligatorio anche in tutti i luoghi di lavoro, del pubblico e del privato, dà il via a una giornata campale, da Nord a Sud, destinata a subìre ulteriori strascichi. Mentre il Governo tiene la barra dritta e fa sapere che non si torna indietro, incrociano le braccia i lavoratori di tante categorie. La richiesta è ancora la stessa: tamponi gratis per chi non si vaccina – perché non può, perché non vuole, perché il vaccino somministrato non è riconosciuto – o direttamente la cancellazione dell’obbligo vaccinale. Con l’Italia che di nuovo si spacca, tra chi sciopera e manifesta contro il certificato verde e chi invece, a favore del pass, prova a lavorare normalmente.

In questa dura battaglia scende in campo anche il mondo del food. Aziende e ristoratori continuano a dividersi tra chi ha deciso di mantenere la linea dura e chi invece tenta di venire incontro alle esigenze dei propri dipendenti. Secondo le stime diffuse da Fipe Confcommercio soltanto un paio di giorni fa, nel mondo della ristorazione ci sarebbe ancora un 10% del personale non vaccinato: circa 35 o 40mila lavoratori, tra bar e ristoranti, che non sono ancora in regola.

Io e miei soci pagheremo i tamponi ai nostri dipendenti – ha quindi dichiarato pochi giorni fa lo chef Carlo Nappo in un’intervista a Mattino Cinque – abbiamo fatto questa scelta perché, oltre a essere persone democratiche, ci sono vuoti normativi molto importanti”. Nappo, proprietario di tre locali nella provincia di Pordenone, ha spiegato il suo gesto anche per la difficoltà di trovare ulteriore personale all’altezza. “Se entro il 15 ottobre i miei dipendenti non avranno il green pass li licenzierò”, aveva invece duramente ribattuto lo chef romano Antonello Colonna. Rispondendo, indirettamente, anche al suo collega Gianfranco Vissani, che si era già detto a favore dell’abolizione, dichiarando il green pass come incostituzionale. Con il green pass obbligatorio, quello dei tamponi è un costo che non tutte le aziende e i ristoratori sono però disposti a sobbarcarsi. “Il green pass non è l’obbligo vaccinale – ha riferito non più di una settimana fa Marco Fontanari, presidente dell’Associazione Ristoratori del Trentino – chi non vuole vaccinarsi può fare il tampone, il cui costo non può essere scaricato sulle aziende. La scelta di non vaccinarsi o di non fare il tampone è personale”.

E c’è chi non ha lasciato alcuno spazio ai dubbi, giocando di largo anticipo. È il caso di Sterilgarda, grossa realtà del settore lattiero caseario del Nord-Italia, che già a fine luglio aveva inviato una lettera ai fornitori esterni e diramato una regolamentazione interna ai lavoratori dipendenti, dichiarando che dal 1 settembre 2021 si sarebbe entrato in azienda soltanto con il Green Pass. “Queste decisioni – aveva allora precisato Silvia Sarzi, portavoce dell’azienda – sono state prese per sensibilizzare le aziende dei fornitori e i lavoratori interni non per liquidare qualcuno. In oltre 50 anni di attività non abbiamo mai licenziato. Abbiamo concepito il provvedimento per salvaguardare tutti i lavoratori e il diritto al lavoro e alla salute. Avere il green pass per noi è una scelta civica ed etica.