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Invasione di cavallette in Sardegna e non solo: il problema diventa endemico

di Chiara Impiglia

Il caldo ha favorito l’insorgenza di una nuova invasione, quella delle cavallette: 40 mila gli ettari di terreni e raccolti danneggiati.

Caldo torrido e scarsità di piogge non sono i soli motivi dell’emergenza che sta minacciando alcune regioni italiane, in primis la Sardegna. Di che cosa stiamo parlando? Da quasi due mesi, milioni di cavallette si stanno impadronendo dei terreni coltivati dell’isola, distruggendo raccolti, orti, giardini e campi. L’invasione è partita dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, si è estesa alla Valle del Tirso e ora riguarda i territori di oltre venti Comuni al centro della Sardegna. In totale, sono circa 40 mila gli ettari di terreni e raccolti danneggiati. Una catastrofe che potrebbe aumentare, arrivando a coinvolgere oltre 50 mila ettari di territorio, e che ogni giorno distrugge circa 300 tonnellate di grano, erba medica e da pascolo. Giovedì scorso, la Regione ha chiesto alla Commissione Politiche Agricole della Conferenza delle Regioni di sollecitare lo stato di emergenza attivando degli aiuti finanziari. Era già stata mandata una richiesta in Parlamento dove s’invocava lo stato di calamità naturale per far fronte alla crisi, ma il ministro delle Politiche Agricole, Patuanelli, aveva sottolineato che, trattandosi di un’ emergenza per la quale non è possibile attivare il Fondo di Solidarietà Nazionale, sarebbe stato opportuno valutare l’attivazione di uno stato di emergenza e nominare un commissario speciale per coordinarne la gestione. Per il momento, manca ancora un’intesa su come agire.

Sciami di cavallette avevano invaso quasi due terzi della Sardegna già nel 1946, provocando danni ingenti a tutto il comparto agricolo e zootecnico. All’epoca, il problema era stato risolto dagli entomologi, che proposero di introdurre sull’isola un antagonista dell’invasore: la Variabilis mirabilisi, un coleottero che si nutre delle uova di cavalletta. Da quel momento, la presenza delle cavallette sull’isola non fu più un grave problema e gli eventi di infestazione divennero rari, per lo più limitati a periodi di siccità come sul finire degli anni ‘80. Le prime avvisaglie di recrudescenza del problema sono ricomparse nell’estate del 2019, quando le cavallette (in compagnia di altri pericolosi invasori come le cimici asiatiche) sono tornate ad affollare i campi della Sardegna, e non solo. Avendo sottovalutato il problema, nella primavera 2020 la Coldiretti ha dovuto lanciare l’allarme e adesso la situazione è critica.

Originario del Marocco, il Dociostaurus maroccanus è una cavalletta dal colore rossastro, ampiamente diffusa in Nord Africa, Asia occidentale e Europa meridionale. Dalle nostre parti colonizza soprattutto le aree insulari, la Puglia e la Campania, dove s’insedia nelle aree lasciate incolte e nei pascoli, per poi aggredire ogni tipo di coltivazione. Solo in Sardegna, nel 2020, questi insetti hanno causato danni per diversi milioni di euro. Ma negli ultimi giorni le cavallette sono arrivate anche in Emilia-Romagna, in particolare nella zona di Forlì-Cesena, determinando così un’invasione endemica.

A provocare le recenti invasioni, di sicuro, le nuove condizioni ambientali che hanno diminuito l’efficacia di alcuni predatori naturali storici. La Variabilis mirabilis, per esempio, da sola non riesce più a contrastare l’avanzata delle cavallette e oggi i ricercatori confidano nell’azione di altri predatori, come gli uccelli. Anche il cambiamento di uso del suolo, con il continuo abbandono di terreni lasciati incolti, ha favorito la proliferazione degli infestanti. Inoltre, più di questi due fattori, l’aumento delle temperature, con le colonnine di mercurio che hanno registrato valori da record, ha permesso la deposizione delle uova da parte delle cavallette. Quindi, la domanda sorge spontanea: cosa si può fare per arginare queste ondate di insetti distruttivi? Le strategie da mettere in atto sono molte: l’uso di insetticidi chimici è una possibile soluzione, per quanto estrema e con diverse controindicazioni. La revisione dei sistemi di lavorazione dei campi potrebbe dare un grande aiuto. Inoltre, la diversificazione dei raccolti, a svantaggio delle monoculture, potrebbe garantire la presenza di varietà più resistenti a diversi tipi di aggressione. Quella che rimane l’arma più efficace è, in ogni caso, la lotta biologica. L’introduzione di predatori naturali contro le invasioni si è già dimostrata vincente in diversi casi.