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No al SALARIO MINIMO: cosa significa per la ristorazione

di Chiara Impiglia

No al salario minimo: la proposta è stata approvata dall’Aula della Camera con 163 voti a favore, 121 no e 19 astenuti.

La mozione presentata alla Camera dai partiti della maggioranza, in merito all’introduzione del salario minimo, ha messo fine alle illusioni di chi, in Italia, ci sperava da tempo. Nonostante i dati Istat stimino che il tasso di inflazione stabile sia all’11,8% – il valore più alto in occidente – il governo Meloni ha bocciato il salario minimo in tutte le sue versioni.

Deputati al governo

Il neo sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, che ha portato avanti il dibattito nelle sedi del governo, ha deciso di ignorare anche la direttiva europea che impone una sostanziale introduzione del salario minimo nei Paesi ancora sprovvisti entro il 15 novembre 2024. Inoltre, la ragione addotta dalla maggioranza per bocciare il provvedimento sarebbe proprio legata ai due anni di tempo-limite che, per i deputati, non sarebbe possibile affrontare. Quindi, no all’introduzione del salario minimo e sì, invece, al raggiungimento di nuovi obiettivi: la tutela dei diritti dei lavoratori attraverso una serie di iniziative, a partire dall’attivazione di percorsi interlocutori tra le parti non coinvolti nella contrattazione collettiva, il monitoraggio e la comprensione dei motivi della non applicazione, ossia un vero e proprio percorso di analisi rispetto alla contrattazione collettiva nazionale.

Il voto, criticato da tutti i sindacati, ha sicuramente sottolineato la gravità di una situazione di impoverimento generale e la legalizzazione dello sfruttamento. I salari, che resteranno così in balia dell’inflazione, non saranno sufficienti a garantire una vita dignitosa a molti lavoratori. Basta pensare a chi ha un ruolo nel settore della ristorazione, che perderà così un’opportunità importante per tutelarsi e tutelare.