Podere Luisa: Chianti, tradizioni e natura

14 Dicembre 2020

La Toscana del vino è da sempre sinonimo di rossi di grande richiamo: alcune tra le denominazioni più prestigiose, fanno oggigiorno la parte del leone sul mercato nazionale e internazionale, attirando attenzioni e investimenti di grandi gruppi finanziari nazionali e internazionali. nel chianti podere luisa riesce a spiccare con personalità e scelte coraggiose Attorno a questo alone di prestigio è però ben salda la componente artigianale e tradizionale della viticoltura toscana, quella che ha permesso a famiglie, storiche e non, di tramandare tradizioni e saperi che sono l’autentica fortuna di questa straordinaria regione. Discorso a parte merita la macro regione del Chianti: un melting pot che provoca non poca confusione nel consumatore che non riesce bene a capirne le sfumature territoriali e non, soprattutto perché sotto un generico cappello Chianti convivono zone diametralmente opposte. Difficile orientarsi, altrettanto difficile per i produttori spiccare nel grande universo chiantigiano per personalità e scelte coraggiose: Podere Luisa ci riesce, Romina e Sauro ci riescono, offrendo vini sinceri e aderenti al modello di Chianti che ben coniuga la tradizione contadina e una visione orientata alla natura e alla sua conservazione. Nelle loro parole spicca l’amore e la passione per il vino e per ciò che vogliono trasmettere.

Raccontateci come nasce Podere Luisa, la sua storia
Domanda complicata perché, come tutte le genesi, non ti rendi conto che stai nascendo quando in realtà sei già nato.
Direi che Podere Luisa esiste da sempre, infatti come filosofia era già insita nel pensiero del padre di Sauro. Sauro, come tutti i figli, sceglie percorsi diversi prima di capire che la sua vita era proprio in Podere Luisa. Poi arrivo io (Romina) apportando spregiudicatezza e il gioco è fatto. Ufficialmente Podere Luisa nasce nel 2003: i vigneti sono quelli di famiglia e sono stati piantati tra la fine degli anni 60 e 70, a eccezione di un ettaro piantato da Sauro nel 2004. Nel 2008 inizia l’avventura del vino commercializzato direttamente da noi con l’uscita del Chianti Podere Luisa e il Ciottolo. Da subito ci collochiamo tra i vini prodotti senza l’uso di chimica e nel 2010 entriamo nel Consorzio Vini Veri.

Podere Luisa è inserito in quel grande calderone rappresentato dal Chianti, in cui convivono sensibilità e filosofie produttive talvolta totalmente agli antipodi. In cosa si distingue il vostro vino e come il territorio di Montevarchi lo caratterizza?
Il Territorio Chianti è un Giano Bifronte poiché conferisce identità e fama e nello stesso tempo omologazione. Identità perché realmente fai parte di un’area vinicola conosciuta in tutto il mondo e chi queste terre le ha nel DNA non le rinnegherà mai. Allo stesso tempo vivi il rovescio della medaglia di essere inquadrato in metodi, in un territorio fin troppo esteso governato da disciplinari che cambiano con le mode per soddisfare esigenze di mercato. Per capirsi nella docg Chianti oggi possiamo arrivare ad avere residuo zuccherino pari a 6 mg/l.  Questo non vuol dire che dobbiamo essere intransigenti ma, se vogliamo essere credibili rispetto alla fama nel mondo del chianti, non dobbiamo perdere identità. L’identità per me è fondamentale e Podere Luisa punta a conservarla e valorizzarla. Nasce come azienda di contadini nell’accezione più importante della parola e nel suo vino trovi la riconoscibilità del Chianti prodotto da un uvaggio a base Sangiovese, riscoprendo i gusti del territorio. Noi siamo esattamente a Rendola, una piccola frazione di Montevarchi in collina. I territori delle colline montevarchine confinano con il più famoso Chianti Classico (scriveva il barone Bettino Ricasoli, “il sole, prossimo al tramonto, colora di un vivo paonazzo la bella montagna di Pratomagno che da Rendola si vede stendere dinanzi agli occhi” [2]) ma siamo nella provincia d’Arezzo a seguito dell’Editto delle Terre nuove: ecco perché non possiamo produrre Chianti Classico ma Chianti. Tutta questa digressione per evidenziare che queste colline sono da sempre vocate per la produzione di vino e hanno avuto il maestro del Chianti Il Barone Ricasoli.

Nel mondo del vino artigianale spesso ci si cita la tradizione come un totem irrinunciabile ma di cui a volte non si rispettano totalmente i dettami in nome del gusto odierno e delle mode. Nel vostro Chianti invece spicca l’utilizzo ancora delle uve a bacca bianca, tradizione antichissima che sta rivivendo oggi una rivalutazione, anche da parte delle grandi cantine. In cosa secondo voi l’utilizzo del trebbiano incide maggiormente? Quale caratterizzazione dà al vino?
Per noi è così che il vino Chianti deve essere fatto: è identità e storia, è tradizione . Il trebbiano veniva usato per dare più piacere alla beva perché ne aumentava la freschezza. Se lo vediamo in quest’ottica, oggi forse ne abbiamo ancor più necessità se pensiamo che la maturazione del sangiovese è inversamente proporzionale all’acidità, con le estati sempre più calde. Così arriviamo a ciò che ho scritto sulle bottiglie: “Niente di nuovo sotto il Sole”.

Tornando all’attualità: in questo 2020 che ci ha visti molto più a casa che fuori per cause di forza maggiore; parlando con molti viticoltori questi hanno notato una natura rigogliosa, quasi rinata, che si è ripresa molti spazi ormai perduti: meno inquinamento, meno macchine in giro, aria più pulita e acque più limpide.  Ovviamente nessuno si augura il ripetersi e il prolungarsi di questa situazione grave a livello mondiale, ma anche voi, che da sempre praticate un’agricoltura attenta e sostenibile, avete riscontrato questo cambiamento? E se sì, si è riverberato sull’uva che avete raccolto da pochissimo?
Penso che la natura compia il suo percorso sempre e comunque. Per chi vive in città forse è stato percepito maggiormente questo miglioramento: meno inquinamento, meno macchine in giro, aria più pulita e acque più limpide.  Ma per noi contadini, che siamo sempre stati in campo aperto dovendo lavorare come sempre con l’incognita del futuro ancor più presente per noi e per tutti, la natura è sempre e comunque matrigna come la definì Leopardi. La natura bucolica di Virgilio non esiste, questo scenario non è altro che una momentanea pausa della violenza che l’uomo le sta facendo, ora più che mai. Durante lo scorso lockdown non sono stati usati pesticidi per le culture? Non è stato forse prodotto cibo oltre le effettive necessità di tutti creando invece un surplus, soprattutto nei paesi più ricchi? Certo, finalmente in città si è visto il colore del cielo ma, in questo nuovo lockdown, tutta la plastica usata per proteggersi che fine farà? Credo che dovremmo riscoprire l’essenza della natura, per proteggerla, cercando soluzioni e non palliativi che ne allungano soltanto la sofferenza e l’agonia.

Degustazione

Una chiacchierata così densa di significati e temi, non poteva che avere un accompagnamento altrettanto interessante: l’Amnesya couvée 2018 è un bianco/non bianco con sensazioni macerative nette che brillano nel colore dorato e la ricchezza olfattiva di arancia, anche candita, miele e cera d’api. La bocca è la sintesi dei due vitigni che lo compongono: ricchezza della malvasia e freschezza del trebbiano si fondono donando carattere e persistenza.

Il tratto bordolese è il fil rouge de La Moraia 2017 e il Ciottolo 2017: se nel primo, cabernet sauvignon in purezza emerge nettamente nel frutto scuro e vigoroso di mora e gelso nero, con pennellate verdi a rinfrescare un vino polposo e scattante, nel secondo il connubio con il sangiovese e il ciliegiolo si traduce in una maggiore freschezza e slancio, con un frutto più chiaro e meno maturo, su tutti la ciliegia e il ribes.

A tema sangiovese il fulcro della degustazione: Il Chianti 2017 sa di visciola e pesca noce, arancia rossa e spezie dolci, selvaggio come un cavallo di razza tra ricordi di cuoio e legna arsa, tannino delicato e succoso. Più possente il Chianti Riserva Giunò 2017, ricco e scuro anche nelle erbe aromatiche che virano sul rosmarino e l’alloro, esplode al sorso dove mostra muscoli agili, slancio e tannino ricco e fitto.

Chiude il Castelperso 2016 che gode dell’annata più fresca e dell’anno in più di affinamento: scuro, introverso, quasi minimalista all’olfatto, altero eppur comunicativo, intimamente sangiovese nella sua bocca asciutta e acida che richiama le verdi colline di Rendola, dove il barone Ricasoli volgeva lo sguardo al tramonto rimanendone affascinato.