Izu: un tassello della storia del sushi a Milano

3 Dicembre 2019

Nel 1993 Milano non aveva ancora sentito nominare la fusion, quella cucina di cui adesso si riempie la bocca anche l’alimentari di quartiere o il take away che fino a due giorni prima mischiava inconsapevolmente nel suo menu pad thai e pollo kung pao. uno dei locali storici per il sushi a Milano Nel 1993 Izu (corso Lodi, 27) aveva appena aperto. Gli spazi non comprendevano tutte le vetrine che adesso illuminano corso Lodi, ma già allora il ristorante proponeva il sushi, affiancandolo ad altri piatti d’ispirazione asiatica. Il risultato, già allora, non era un mischione senza capo né coda per accontentare tutti: l’idea originaria, portata avanti oggi da Jin Yue, era di attingere al meglio delle cucine orientali e tradurlo nel proprio menu, con una spiccata vocazione per il crudo di mare e, appunto, per il sushi.

Nel 2010 e, a seguire, nel 2019, Jin ristruttura il menu: da gastronomia orientale e poi da ristorante cino-giapponese, Izu ora racconta i viaggi del suo patron, che porta con sé tecniche e sapori e li comunica attraverso una carta ampia ma non esagerata, dove ciò che brilla è la materia prima. Al menu si affiancano anche i cocktail – sperimentali o classici con un twist asiatico -, un’attenzione per la mixology non così comune nei ristoranti dedicati al sushi.

Una cena ideale da Izu potrebbe iniziare con un antipasto che stimoli l’appetito e la curiosità: il Calamaro Pop è composto da fettine di calamaro panate con riso soffiato e accompagnato da una salsa allo yuzu che illumina ogni boccone.

A seguire ho apprezzato la Tartare di tonno rosso con un condimento a base di zenzero fresco, erba cipollina, salsa di soia, sesamo e menta a fare da quinta del palcoscenico di un tonno tenero e succulento.

Un pasto dedicato al sushi non può prescindere dai nigiri. La selezione di Izu comprende salmone (alla fiamma con pasta kataifi e salsa di soia e sesamo), ricciola (scottata e condita con un’emulsione di yuzu), tonno rosso (e foglie di wasabi fresco tagliate al coltello), gambero di Mazara (con caviale di storione) e per finire ventresca di tonno (con foie gras e menta).

Come altre volte al ristorante, ho scoperto che tenere d’occhio i fuori menu è una delle scelte migliori. Non avrei assaggiato altrimenti il ramen Biancomare, con un insolito e aromatico brodo a base di pesce azzurro (teste e lische comprese, per arricchire il sapore), pak choy, filetti di branzino scottati in padella e noodles freschi.

Se per caso Jin vi propone un bao, non esitate: l’Izu Bao, con pane al vapore homemade, zucchine scottate, capasanta, branzino, salmone, salsa cremosa allo yuzu leggermente piccante, granella di tempura e shiso viola disidratato, è tra i piatti più buoni che io abbia mangiato quest’anno. Un assaggio che fa capire come i ristoranti storici, magari non proprio alla ribalta della comunicazione gastronomica, magari nascosti dalle nuove aperture, siano storici per un (ottimo) motivo.