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7 spumanti per brindare a Capodanno

di Andrea Amadei

Capodanno significa brindisi: e cosa c’è di meglio per brindare di un vino spumante? Eccone 7 da provare quest’anno.

Nell’incertezza imperante, le festività appaiono quasi come fari all’orizzonte in notti buie e burrascose. Momenti di spensierata (e agognata) convivialità da godere fino all’ultima goccia in compagnia delle persone amate. Insomma, sublimare le feste è diventato ancor più doveroso visti i tempi che corrono. E poiché il potere consolatorio e celebrativo della buona tavola è universalmente riconosciuto, siamo un po’ tutti alla ricerca delle ricette e dei vini perfetti per incorniciare questi imminenti lampi di serenità. Con quali bollicine brindare a questo nuovo anno in arrivo?Se per il Natale comanda la tradizione gastronomica, con i piatti tipici a dettare la scelta e l’abbinamento col vino più adatto; a Capodanno i punti fermi per la maggior parte degli italiani sono due: il cotechino con le lenticchie (da mangiare scaramanticamente con le mani) e i vini con le bollicine per accogliere col botto l’anno in entrata. Non solo un abbinamento gioviale e festivo ma anche tecnicamente corretto. Freschezza ed effervescenza del vino infatti sgrassano alla perfezione l’insaccato in questione e ripulisco la bocca in maniera impeccabile. Ecco quindi una lista di 7 spumanti provenienti da tutta Italia da stappare, o sciabolare decidete voi, durante i festeggiamenti per la notte di San Silvestro.

  1. Valle d’Aosta Blanc de Morgex et de la Salle Metodo Classico Extra Brut X.T. 2018, Cave Mont Blanc. Un vino estremo che nasce all’interno della Doc più alta d’Europa. Siamo in Valle d’Aosta, alle pendici del Monte Bianco nei piccoli comuni di Morgex e di La Salle. A 1200 m di altitudine, cresce il Prié Blanc. Vitigno che si coltiva solo qui, solo in quota. Se provi a piantarlo più giù marcisce e non puoi farci il vino. Le viti germogliano tardi, al sicuro dalle gelate primaverili, e maturano presto, prima che arrivino le nevi. Si dice che il Priè Blanc sia un’uva che matura di notte perché le pietre che formano i terrazzamenti su cui è coltivata si caricano del calore del sole di giorno e lo rilasciano nelle ore di buio. Le vigne per godere al massimo di quest’effetto sono allevate basse e in forma di pergola per sfruttare al massimo la luce diurna, in questo modo le foglie agiscono come veri e propri pannelli solari. Cave Mont Blanc raccoglie ogni anno le uve di una miriade di piccoli contadini e le vinifica attentamente. L’Extra Brut X.T. è fermentato con lieviti indigeni e affina 20 mesi in bottiglia. È un vino fresco, essenziale e sottile. Profumato di pera, limone ed erbe balsamiche di montagna. Le bollicine sono tante, fini e cremose. Perfetto per aprire le danze o accompagnare risotti delicati, tortelli di magro o cruditè di mare. 
  2. Alta Langa For England Rosé Pas Dosé 2016, Contratto. È più a sud delle altre Langhe ma è chiamata alta perché qui la viticoltura sale in quota, a volte fino a sfiorare i mille metri s.l.m.. Terreni ricchi di calcare, un clima fresco e ventilato dove le escursioni termiche estive esaltano i profumi e le acidità dei grappoli di Chardonnay e Pinot Nero da cui si ottengono i suoi prestigiosi metodo classico. Le bottiglie firmate Contratto, sono fra le poche ad affinare nelle spettacolari Cattedrali sotterranee di Canelli, dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Contratto nasce nel 1867 e nel 1910 i suoi vini sono apprezzati sulle tavole del Vaticano e della famiglia reale dei Savoia. Conquistano anche l’Europa e in particolar modo i palati inglesi, amanti di un gusto secco piuttosto che di quello semi-dolce tipico degli Champagne dell’epoca. Per questo già in quegli anni Contratto lanciò una linea di spumanti non dosati con la dicitura For England di cui questo rosè, prodotto con uve Pinot Nero in purezza, è il diretto erede. Tra il rosato e il ramato profuma di pompelmo melagrana e nocciole tostate. Freschissimo, sapido e quasi cremoso per la finezza del perlage, resta a lungo sul palato e nei ricordi. Ottimo coi crostacei, col cotechino e sui salumi in generale.
  3. Mira, Catarratto Metodo Classico, Porta del vento. Lo spumante che non ti aspetti in un territorio opposto alle logiche spumantistiche italiane. Siamo a Monreale, a pochi chilometri dalla celebre Cattedrale normanna Patrimonio dell’umanità. Sulle alte colline di sabbia e argilla che formano quello che una volta era il feudo più grande e ricco di Sicilia, nascono i grappoli di Catarratto da cui Marco Sferlazzo ottiene oggi il suo splendido Mira. Le vigne sono allevate ad alberello basso, nel pieno rispetto della natura e delle sue biodiversità. Le rese sono bassissime, 50 quintali di uva per ettaro quando mediamente chi fa vino di qualità si attesta attorno agli 80. Ciò permette agli acini di concentrare profumi e freschezze e di dar vita a nettari complessi e ricchi di sfumature. Il vino rifermenta in bottiglia grazie all’aggiunta di mosto fresco proveniente dalla vendemmia successiva. Un modo elegantissimo e coerente per ottenere spumanti fini, cremosi e il più possibile rappresentativi del territorio da cui provengono. Dopo un affinamento di un anno e mezzo sui lieviti il vino si presenta color paglierino dorato, profumato di agrumi, brezze marine, burro e crosta di pane. Farà faville sui crostini burro e salmone, sui molluschi e accanto a pesci bianchi cotti al forno.
  4. Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Brut Ubaldo Rosi Riserva Doc, Colonnara. Siamo sui Castelli di Jesi, tra l’Appenino e il Mare Adriatico. È il regno del Verdicchio, uva in grado di dare vini meravigliosamente longevi, ricchi di struttura e freschezza. Non è facile trovarla in versione spumante, ma è dal coraggio che spesso nascono le soddisfazioni più grandi. L’Ubaldo Rosi di Colonnara, ne è un esempio. Porta il nome di un pioniere della spumantizzazione che negli anni ‘40 del 1800 sperimentò la vinificazione del verdicchio alla maniera del vero Champagne, come scriveva lui stesso in una lettera indirizzata al Gonfaloniere di Jesi. L’Ubaldo Rosi nasce dalle uve di tanti piccoli vigneti sparsi sulle alte colline di Cupramontana e Apiro, con terreni di origine marina, ricchi di argilla e sabbia. Il vino affina sui lieviti per ben 5 anni, durante i quali tutte le fasi di lavorazione (Remoige e Degorgement) vengono effettuate a mano dai cantinieri dell’azienda. Ha un colore giallo paglierino con riflessi verde-oro e un perlage finissimo. Profuma di susina, cedro candito, kiwi, pesca, miele e crosta di pane con refoli minerali sullo sfondo. Il sorso è all’insegna dell’eleganza e dell’equilibrio tra freschezza e morbidezza. Eccellente accompagnamento di primi alla pescatora e carni bianche al forno.
  5. Oltrepò Pavese Metodo Classico Vergomberra Dosage Zero DOCG, Bruno Verdi. Le colline a sud di Pavia, nel lembo più meridionale della Lombardia sono capaci di dar vita a grandi vini. Lo testimonia il fatto che l’Oltrepò sia uno dei territori d’elezione del Pinot Nero, il terzo al mondo per ricchezza in viti di questa varietà, dopo Borgogna e Champagne. Croce e delizia per tanti vignaioli tenaci, si pensa che questo vitigno sia arrivato qui a seguito della dominazione francese di Milano, verso gli inizi del 1500. La cantina Bruno Verdi si trova a Canneto Pavese, fra i torrenti Versa e Scuropoasso. Paolo Verdi, alla guida dell’azienda agricola, ha iniziato a spumantizzare il pinot Nero appena diciottenne e, oggi che di anni ne ha 58, è riconosciuto dai colleghi come un vero artigiano della vite e del suo nettare. Il Vergomberra è fatto con le uve di vigneti di bassa collina, rivolti a nord est. La scelta della posizione non è casuale. Limitando l’insolazione e ricevendo i freddi che scendono dalle alture, le uve mantengono alti livelli di freschezza garantendo nel bicchiere un saldo equilibrio tra corpo e finezza. Il perlage è fine ed elegante, i profumi ricordano i fiori d’acacia, la pesca bianca, il pompelmo, le camomilla e lo zenzero. Accompagnerà in grande stile prosciutti e antipasti di mare, paste ripiene e fritture varie.
  6. Kius Pas Dosé 2014, Marco Carpineti. Cori è un piccolo paesino sui Monti Lepini, in provincia di Latina. Uno scenario bucolico e agreste costellato di uliveti, boschi di castagni e vigne ben curate. È la patria del Nero Buono, vitigno autoctono a Bacca Rossa, recentemente recuperato e valorizzato dalle cantine del luogo. Fra queste quella di Marco Carpineti, vignaiolo sensibile e sperimentatore geniale, rispettoso della tradizione e allo stesso tempo capace di nuove ed interessanti proposte. Il metodo classico Kius Pas Dosè ottenuto dalla vinificazione in bianco del vitigno di casa ne è un esempio lampante. Nato da poco ha già conquistato le carte dei ristoranti capitolini, gli apprezzamenti dei clienti e le lodi della critica. Affina 60 mesi in bottiglia sui propri lieviti e si presenta nei calici vestito d’oro. Il perlage finissimo gli dona una consistenza quasi cremosa ed è generoso di profumi e sapori intensi. Insomma non è uno dei tanti spumantini da vitigno autoctono che molte cantine stanno iniziando a produrre giusto per completare la gamma dell’offerta. È una sicurezza. Fresco e con un’ottima verve minerale donatagli dai terreni vulcanici e calcarei, ha gran corpo e personalità. Al naso ricorda la polpa della pesca, i fiori di ginestra e gli oli essenziali del bergamotto. Chiude con un caldo abbraccio al profumo di pasticceria, mandorle e confetti. Da provare sui crostini burro e alici, con risotti cremosi, insaccati, capitoni, crostacei e pesci al forno con patate e porcini.
  7. Moscato d’Asti Particella 101, Ca’ del Baio. Dopo le infinite portate del cenone e prima del cotechino di mezzanotte, il momento del dolce al 31 di dicembre pare quasi un intermezzo d’alleggerimento. Perché allora non accompagnare i dolci lievitati tipici del periodo, magari con tanto di creme al mascarpone, con un bel Moscato d’Asti? Leggermente dolce e frizzantino, profumato e rinfrescante, ripulisce il palato e disseta lo spirito. Il Moscato d’Asti infatti è per i vignaioli piemontesi il vino della festa, della convivialità. Compagno di merende a base di pane e salame o della pasticceria secca a fine pasto. Per Giulio Grasso viticoltore a Treiso insieme alla moglie Luciana e alle figlie Paola, Valentina e Federica è proprio così. Ca’ del baio produce Barbareschi d’autore, di grande stoffa e longevità ma come brillano gli occhi di papà Giulio quando ti fa assaggiare il suo moscato. È come se il Barbaresco fosse il vino del rigore, della tradizione, una missione; mentre il Moscato il nettare della gioia, della leggerezza e del divertimento. Ciò non significa che non sia un vino fatto seriamente, anzi, il Particella 101 ha il colore dei limoni della costiera illuminati dal sole e una spuma bianca, persistente e cremosa. La bollicina è finissima, una carezza su lingua e palato. I profumi richiamano le albicocche appena colte, i fiori bianchi d’acacia e le rose gialle su uno sfondo balsamico di menta e salvia. Conta solo 5 gradi alcolici ma attenzione, potreste facilmente perdere il conto dei bicchieri.